Voci di settore descrivono un’uscita di scena insolita: l’amministratore delegato della manifattura di Le Sentier starebbe valutando un’operazione con capitali propri e partner, mentre il gruppo svizzero riflette sul perimetro delle sue Maison di orologeria.
Il sussurro che corre tra Ginevra e Le Sentier: quando il “capo” prova a diventare proprietario
Ci sono indiscrezioni che, nel mondo del lusso, sembrano fatte apposta per far alzare un sopracciglio anche a chi pensa di averle già viste tutte. Questa settimana, diverse fonti di settore hanno messo in circolo un’ipotesi precisa: il CEO di Jaeger-LeCoultre sarebbe in colloqui per acquistare proprio Jaeger-LeCoultre dal suo azionista, Compagnie Financière Richemont.
La struttura evocata dai rumors è quella che a Londra chiamerebbero con un tono quasi sportivo e a Le Sentier con un filo di cautela: management buyout, un’acquisizione “guidata dal management”. Secondo quanto riportato, l’operazione vedrebbe il CEO investire fondi personali insieme a partner finanziari, con una valutazione indicata oltre 1 miliardo di franchi svizzeri.
C’è una seconda riga, meno appariscente ma decisiva, in questo romanzo industriale: nessuna conferma ufficiale. E nel lusso l’assenza di commento è spesso un linguaggio parallelo, fatto di tempi lunghi, perimetri che cambiano, dossier che passano di scrivania in scrivania. Intanto, però, la notizia fa quello che sanno fare bene le notizie: crea contesto, rende leggibili scelte recenti, costringe a riconsiderare ciò che sembrava stabile.
Un CEO che conosce la Maison come un indirizzo di famiglia
Per capire perché questa voce “tiene”, bisogna guardare la biografia, che qui non è semplice curriculum: è geografia affettiva e corporate insieme.
Jérôme Lambert entra in Jaeger-LeCoultre nel 1996, in area finanziaria; diventa CFO e, nel 2002, CEO della Maison, ruolo che mantiene fino al 2013.
Poi Montblanc, poi incarichi sempre più ampi nel gruppo, fino al vertice: Lambert è stato Group CEO di Richemont dal 2018 al maggio 2024, e da giugno 2024 Group COO.
Infine il ritorno “a casa”: Richemont annuncia la sua nomina a CEO di Jaeger-LeCoultre con efficacia dal 1° gennaio 2025.
Questo percorso spiega un dettaglio che molte fonti sottolineano: l’eventuale acquisizione non sarebbe la mossa estemporanea di un manager di passaggio, ma l’atto coerente (e rischioso) di qualcuno che ha attraversato tutti i piani dell’edificio: bottega, direzione, holding. Anche per questo, in un settore che ama parlare di “heritage”, l’operazione suonerebbe come una forma di eredità contemporanea: non ricevuta, ma comprata.
Che cosa si compra, davvero, quando si compra Jaeger-LeCoultre
A Le Sentier non si vende solo un marchio: si vende un modo di intendere la manifattura. Jaeger-LeCoultre è una di quelle case che, per natura, hanno un doppio passaporto: tecnico e culturale. Richemont stessa, nei suoi documenti, ricorda una traiettoria fatta di oltre 1.200 calibri sviluppati e più di 400 brevetti registrati.
E poi c’è l’elemento che non entra nei bilanci se non indirettamente: l’immaginario. Il Reverso, certo, ma anche l’idea di “atelier che fa tutto”, la reputazione di manifattura capace di alimentare non solo collezioni, ma conversazioni tra intenditori.
Sul piano strettamente economico, alcune stime circolate in questi giorni aiutano a mettere a fuoco la scala: WatchPro, citando il report annuale Morgan Stanley sul settore, indica un fatturato stimato per Jaeger-LeCoultre di 524 milioni di franchi nel 2024.
Numeri che non dicono tutto, ma suggeriscono che l’eventuale valutazione sopra il miliardo non sarebbe un capriccio: sarebbe una scommessa su margini, posizionamento, desiderabilità futura.
Perché Richemont potrebbe ascoltare (e perché potrebbe dire di no): qui il tema non è il “se” romantico, ma il “perché” strategico.
Da un lato, Richemont è reduce da anni in cui la divisione Specialist Watchmakers (quella che include Jaeger-LeCoultre insieme ad altre Maison di orologeria) ha vissuto cicli di domanda meno lineari rispetto ai gioielli. WatchPro scrive che vendite e profitti della divisione si sono contratti dopo un picco nel 2023.
Dall’altro, Richemont ha già dimostrato di saper cambiare assetto quando il mercato lo richiede: nel 2024 ha rivisto la governance nominando Nicolas Bos CEO del gruppo, con Lambert passato al ruolo di COO.
C’è poi una frase, breve ma pesante, riportata da Miss Tweed: l’ipotesi di accordi e equilibri legati al passaggio di consegne del 2024.
Se fosse vero anche solo in parte, significherebbe che la notizia di oggi ha radici più profonde di una trattativa nata “ieri”.
Naturalmente, esiste l’altra metà del ragionamento: Jaeger-LeCoultre è anche un pilastro narrativo nel portafoglio orologiero del gruppo. Cedere un nome così significa accettare che l’identità di conglomerato cambi forma. E non tutti i conglomerati amano cambiare forma in pubblico.
Se succedesse: cosa cambierebbe per la Maison, per il mercato, per il racconto del lusso?
Se un CEO acquista la Maison che guida, il mercato si divide sempre in due platee.
I pragmatici: chiedono struttura finanziaria, governance, orizzonte industriale. Un buyout richiede capitali pazienti, perché l’orologeria non è un business che si “ottimizza” in trimestri.
I narratori: vedono un gesto raro. In un’epoca in cui molte aziende inseguono la leggerezza digitale, comprare una manifattura significa fare il contrario: assumersi peso, asset, persone, cicli produttivi, scorte, retail.
In più, un’eventuale uscita da Richemont aprirebbe domande concrete: distribuzione, sinergie di gruppo che spariscono, servizi condivisi che vanno ricostruiti. Proprio per questo, quando nel lusso si vendono Maison “operative”, spesso si prevedono periodi di transizione con servizi garantiti dal venditore. E qui arriviamo al dettaglio che, indirettamente, rende questa storia ancora più leggibile.
Il segnale più chiaro è già arrivato: il caso Baume & Mercier (e l’asse con il Gruppo Damiani)
In evidenza, perché cambia il quadro: Richemont ha annunciato il 22 gennaio 2026 di aver firmato un accordo per cedere Baume & Mercier al Gruppo Damiani, in una transazione privata con closing previsto nell’estate 2026 e con Richemont pronta a fornire servizi operativi per almeno 12 mesi dopo il closing per accompagnare la transizione.
Questa non è una nota a margine: è un precedente ravvicinato. E spiega perché l’ipotesi Jaeger-LeCoultre non viene archiviata come una chiacchiera da corridoio. Se un gruppo decide di vendere un marchio storico e “accessibile” del suo portafoglio, sta dicendo al mercato che il perimetro può essere ridisegnato. Il passo successivo—cedere un altro brand—diventa meno impensabile, anche se parliamo di categorie e posizionamenti diversi.
E qui la storia torna al punto di partenza: se davvero Jaeger-LeCoultre fosse oggetto di una trattativa, il mercato la leggerebbe non come un fulmine isolato, ma come parte di una sequenza. Una sequenza in cui Richemont sembra voler decidere, con più nettezza, che cosa tenere e che cosa lasciare andare.