Tra Lancette e Storia: Giulio Fratini e la Sua Eredità Orologiera

In un’intervista esclusiva, Giulio Fratini parla della sua personale collezione di orologi e del rapporto con il padre Sandro, uno dei più grandi collezionisti al mondo.

Tra l’importanza dell’esperienza e il valore intrinseco degli orologi, Giulio riflette su cosa significhi realmente collezionare.

Sandro e Giulio Fratini

Durante una sessione d’asta di Monaco Legend a Montecarlo, abbiamo incontrato Giulio Fratini, figlio di Sandro Fratini, uno dei più grandi collezionisti di orologi al mondo.

Essere considerato una “seconda generazione” è un’etichetta che ti piace o che trovi limitante?

«Diciamo che, come seconda generazione, sento un po’ di pressione. Mio padre mi ha cresciuto a “pane e lancette”, quindi per me era ed è normale toccare orologi. Le persone spesso pensano che io sia un “esperto”, ma vi posso assicurare che di orologi non capisco nulla o perlomeno cerco di capirci sempre un pochino, anche grazie agli insegnamenti che mio padre cerca di darmi quotidianamente.»

Molti credono che l’orologeria sia una cosa molto tecnica, poi scopri che invece è fatta dalle persone: da chi l’orologio l’ha pensato, ingegnerizzato, costruito, venduto, collezionato.

«Quello che mio padre mi ha sempre detto è che dietro un orologio c’è sempre una storia, solitamente pazzesca. L’unico modo per saperne veramente di orologi, oltre allo studio sui libri, che comunque rimane fondamentale, è quello di toccarli, vederli e cercare di capire le sensazioni che ti possono comunicare, nel bene e nel male. Vedendo tanti orologi si può iniziare a capirne sempre di più, perché, come in tutte le cose, l’esperienza porta anche il cappello bianco che ancora io non ho. Invece mio padre ne ha qualcuno in più.»

Sandro è un classe ’53. Tu di che anno sei?

«Del ’91!»

C’è una gran bella differenza. Una domanda sorge spontanea: consideri la “sua Collezione” come fosse la “tua collezione”?

«No. Lui dice “la sua collezione è anche la mia”, ma in pratica io ne ho una davvero “mia”. Sin da quando ero bambino ricevevo in regalo per le feste uno o due orologi e da allora sento di avere una collezione legata alla mia storia e alla mia età. Ho 33 anni e una disponibilità economica comunque limitata rispetto alle cose che mi piacerebbe prendere.»

Il valore economico è importante in un orologio?

«L’orologio non deve per forza essere costoso o di marca, soprattutto quando si parla di vintage. Può comunicare qualcosa di positivo anche un segnatempo che non è di una marca altisonante.»

Un esempio?

«Ho un ricordo bellissimo: il mio primo orologio è stato un Eska in smalto che ho comprato da Christie’s all’asta. Avevo nove anni.»

Una curiosità: avevi già la tua paletta, oppure hai usato quella di tuo padre?

«Non potevo averla, ero troppo piccolo, quindi ho usato quella di mio padre. Ricordo il banditore, ricordo l’emozione, il brivido di aggiudicarmi quell’orologio, mio padre che mi incalzava dicendomi “alza la mano, alza la mano”. Alla fine lo presi: una scarica di adrenalina unica.»

È diventato il tuo compagno quotidiano?

«L’ho messo solo alla fine dell’asta, quando me lo hanno consegnato, e il giorno dei miei esami di maturità.»

È ancora nella tua collezione?

«Naturalmente sì. È nella mia cassetta di sicurezza e da lì non si muove.»

Ti capita mai di dire: “Papà, esco e mi metto il crono rattrapante Rolex”?

«In questo momento indosso proprio il 4113 Rolex, ma è stata, a dire il vero, una casualità legata al fatto che mio padre aveva piacere di portarlo qui a Montecarlo, per provare l’emozione di avere nella stessa sala due rarissimi cronografi rattrapanti Rolex.»

Ma sei tu ad indossarlo.

«Lui solitamente non porta i suoi orologi al polso e in questa occasione ha chiesto a me di farlo. Il discorso è sempre quello già citato del “i miei orologi sono anche i tuoi”, ma non sono certamente così tranquillo ad indossare un pezzo di così alto valore.»

Oggi siamo qui per l’asta di Monaco Legend, un vero e proprio “evento” creato da Davide Parmigiani.

«A mio parere, è uno degli eventi più belli nel mondo dell’orologeria. Davide è riuscito a creare un ambiente accogliente, una sorta di grande famiglia allargata che vive insieme per tre giorni in un clima costante di festa.»
Un evento unico. «Due volte all’anno c’è questo ritrovo di persone che magari non si vedono mai in altre occasioni, ma che in questi giorni hanno la possibilità di stare tutti insieme. Questo è merito solo di Davide, che è riuscito a creare qualcosa che non esisteva prima, specialmente nelle aste ginevrine.»

Ginevra non è certo Montecarlo: è una città fredda, con un’impronta calvinista, e la stessa organizzazione delle sale durante le aste è profondamente diversa.

«Sì. La presenza contemporanea di più case d’asta rende importante l’appuntamento ginevrino, ma c’è meno familiarità, meno intimità.»

Sono valori importanti nella scelta e nell’acquisto di un orologio?

«Sì, la familiarità e l’intimità sono dei valori aggiunti importanti quando si spendono tanti soldi e si vuole instaurare qualcosa che vada oltre il business, ma che sia passione, una vera e propria storia… se cerchi tutto questo, è importante tutto quello che c’è intorno.»

Giulio Fratini intervistato da Paolo Gobbi durante l'asta Monaco Legend

Si narra che nella “vostra” collezione non venga mai venduto nessun orologio e di conseguenza tutto nasca dalla passione, e la parte economica sia qualcosa che accade a prescindere, ma che non viene mai realmente monetizzato: un valore intrinseco che non si è mai estrinsecato.

«Mio padre, parlando con me di orologi, non ha mai affrontato il lato economico. Oggi mi rendo conto che ci sia anche dietro un valore importante.»

Un punto di vista non comune.

«Ricordo che una volta mi sono sentito offeso dopo che mio padre, rispondendo a una persona che gli chiedeva della sua collezione, disse: “Io gli orologi non li vendo perché li vedo come dei figli: un figlio non si può vendere”.»

Ragionamento ineccepibile.

(sorridendo) «Certo. Così io mi ritrovo con circa duemila fratelli e lui con duemila figli. Questo mi fa sorridere, ma è anche quello che c’è veramente dietro la collezione di mio padre.»

Un piacere personale.

«Certo, un piacere personale, ma dal mio punto di vista anche un dovere: avere la conoscenza di questo settore, perché quando si ha un valore importante tra le mani è fondamentale sapere di cosa stai parlando. Non sono un esperto, ascolto mio padre, i suoi consigli, cosa guardare in un orologio.»

Qualche anno fa l’università Bocconi fece uno studio molto accurato sulla “seconda generazione”. In quel caso si parlava della seconda generazione delle grandi orologerie italiane, cresciute fortemente negli anni ’70 e ’80, che si trovavano ad affrontare un complesso ricambio generazionale. È una bella responsabilità essere la seconda generazione.

«Sì, è una grande responsabilità, resa ancora più importante dal fatto di essere, non contando i già citati duemila fratelli ticchettanti, un figlio unico. Questa responsabilità fa parte della storia della mia vita e inizia nel momento in cui mio padre ha scelto di fare l’imprenditore e mi ha chiesto, qualche anno fa, cosa volessi fare io.»

La tua risposta?

«Ho chiesto di continuare a fare il lavoro che era stato suo e prima ancora del nonno. Per quanto riguarda l’orologeria, sono effettivamente una seconda generazione, spero di avere in mio padre una persona che mi insegni, un mentore.»

Rifare una collezione come la sua sarebbe possibile oggi?

«Penso di no. È quasi impossibile, anche avendo a disposizione tutti i soldi del mondo. Questo perché è effettivamente difficile trovare l’oggetto, i pezzi unici che hanno creato “My Time”, la collezione di mio padre raccontata nell’omonimo libro.»

Un’ultima domanda: cosa consiglieresti a un giovane che volesse entrare nel mondo delle lancette?

«È una domanda che mi viene posta spesso: quale orologio devo comprare? Da questo si capisce immediatamente che dall’altra parte non c’è la passione, quanto un malcelato desiderio di investimento. Dal mio punto di vista, se si cerca la speculazione non funziona nulla. Penso che la scelta giusta sia quella di iniziare a girare in questi ambienti, durante le aste a Monaco, a Ginevra, dove si possono toccare e provare gli orologi. A quel punto si capisce cosa realmente ci piace e, scegliendo quello, siamo sicuri di non sbagliare mai. Questo è quello che mi viene da dire, con il cuore, a chi si sta affacciando al mondo dell’orologeria vintage.»

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