Pucci Papaleo si racconta in Casa Bonanno

Giovanni e Giovanni Bonanno con Pucci Papaleo
Giovanni e Giovanni Bonanno con Pucci Papaleo

 

«Qualcuno le ha inventate, un giorno, le regole, ma io non ci ho mai confidato più di tanto. Sin da quando ero piccolo, invece, ho creduto ad altri valori: la lealtà, ad esempio, la correttezza, l’amicizia. Sono nato a Roma e come ogni vero romano che si rispetti, vivo qualsiasi allontanamento dalla mia città come un sopruso. È come se tutte le bellezze e le contraddizioni di questo posto pieno di storia fossero necessarie, anzi indispensabili per arrivare indenne al giorno dopo.» Pucci Papaleo

“La mattina, ogni mattina, passo davanti al Colosseo. Sento di non poterne fare a meno, anche se in realtà il più delle volte neanche mi giro a guardarlo. Succede da così tanti anni, decenni, che a me pare una cosa scontata. Però so che non ne potrei fare a meno, fa parte delle mie giornate. Il resto di Roma, o per meglio dire il centro di questa mia città, preferisco viverlo di notte, quando c’è meno traffico, meno folla, meno macchine e il ponentino rende tutto meno caldo e più sopportabile. È un po’ come accade per gli orologi: dove c’è la massa, potete scommettere che non mi troverete.»

Intervistare Pucci Papaleo è come fare un viaggio, in punta di piedi, in una Roma fatta di orologi straordinari e libri unici nel loro genere. Partiamo proprio dal “luogo” che da sempre lo caratterizza: Via del Fagutale. Cos’è per te? Un rifugio? Uno studio grafico?

«I miei amici lo chiamano Il Tunnel. È lo spazio dove mi trovo a mio agio per lavorare. A dire il vero, per un certo periodo della mia vita, ho anche vissuto lì, ma da tempo ho capito che il luogo si adatta a perfezione per vivere con la dovuta calma e con gli spazi giusti, la mia attività lavorativa quotidiana.»

Da ragazzo collezionavi e rivendevi in tutto il mondo gli amplificatori McIntosh. Da dove veniva l’adrenalina? Dal trovarli nei posti più impensabili, dal farli ritornare come nuovi oppure dal rivenderli oltreoceano?

«Presi anche lì una bella scuffia: a quindici anni mi innamorai della musica e decisi ben presto di passare dall’ascolto semplice a quello di qualità, fino ad appassionarmi quasi subito alla ricerca della riproduzione di alta qualità. In quegli anni si facevano largo con prepotenza gli amplificatori a transistor e tutti mettevano da parte i vecchi valvolari. Un giorno, però, mi capitò di ‘ascoltarne’ uno e fu amore immediato: mi avevano venduto per due lire un vecchio McIntosh, avvitato in verticale su di un pannello di legno. Lo lasciai lì, abbandonato per un anno, fin quando un giorno, più per noia che per curiosità, lo collegai a delle casse potenti e a un piatto. Il risultato, immediatamente, cambiò la mia percezione della musica di qualità.»

Non cambiò solamente quello.

«No, capii che c’era un mercato e provai ad affrontarlo. Mi impossessai del telex di mio padre (allora non c’era neanche il fax, figuriamoci le mail) e iniziai a scrivere ai rivenditori in Giappone che mettevano gli annunci nelle riviste specializzate. Iniziai ad acquistarli: i più belli li tenevo, gli altri li rivendevo, magari negli Stati Uniti. Tutto questo è durato qualche anno, poi mi sono distratto ed è finita lì. La collezione di valvolari, però, rimane ancora oggi.»

Un’altra tua passione sono le auto. In tanti ti ricordano alla guida della Range Rover Classic: quasi 2.000 chilogrammi di puro ferro inglese, con i quali ti destreggi per i vicoli romani neanche fosse una 500. Ancora un amore duraturo?

«Quando ero poco più che un ragazzo, da un istituto di Suore acquistai un vecchio fuoristrada Mercedes. Mi sono trovato così bene, che non mi sono più voluto allontanare da questo tipo di autovettura. In fondo c’è sempre un filo rosso che lega tutte le mie scelte, quello del vintage: valeva per gli amplificatori, per le auto, per gli orologi.»

Pucci Papaleo - Rolex cronografo monopulsante in acciaio ref. 2303. Foto Fabio Santinelli
Pucci Papaleo - Rolex cronografo monopulsante in acciaio ref. 2303. Foto Fabio Santinelli

Come nasce la tua passione per gli orologi?

«Un’attrazione c’è sempre stata: sin da bambino, ogni qual volta vedevo un vecchio orologio, ne rimanevo affascinato. Poi accadde che un giorno alla metà degli anni ‘90, quando ero più grande ma comunque ventenne, vengo portato a Ginevra e mi trovo casualmente in uno di quei weekend durante i quali si svolgono le aste.»

Casualmente?

«In realtà, accompagnavo il padre della mia compagna di quel tempo, un grande collezionista di orologi. Ricordo che non ero particolarmente felice di prendere l’aereo, ma lui era una bella persona. Andai lì con zero aspettative e zero conoscenze.»

Era un bel periodo per l’orologeria vintage.

«Sì, Antiquorum spadroneggiava. Ricordo la coreografia durante l’asta: era decisamente più appariscente e ricca rispetto a quelle odierne. Nelle copertine dei cataloghi trovavi le pistole con gli uccellini che uscivano fuori… Ricordo che Osvaldo Patrizzi aveva montato uno schermo gigantesco tipo cinerama e quando arrivavano i top lot si spengevano le luci e partiva un video incredibile che presentava il pezzo in vendita. Silenzio concentrato della sala, applauso e immediatamente cominciava una sfida, con mani che si alzavano da ogni parte della sala. Per un ragazzo come me era un qualcosa di straordinario: c’erano persone che spendevano per un orologio cifre uguali o superiori al valore di un buon appartamento…»

Lo stupore durò poco?

«Ho cominciato ad avere una curiosità per gli orologi che mi piacevano e mi concentrai sui Patek Philippe, i preferiti proprio dal mio pigmalione.»

Qual era la tipologia che ti piaceva di più?

“Sicuramente i cronografi. In quegli anni non c’era internet, si studiava sui cataloghi d’asta. C’erano delle riviste e qualche libro.”»

Pucci Papaleo - Rolex cronografo in acciaio ref. 3233. Questa referenza fu messa in vendita nel 1938 e rimase in catalogo fino al 1941 circa. Questo particolare cronografo "non Oyster" è caratterizzato dal suo bellissimo quadrante rosa salmone e dal design speciale della cassa a disco volante, con le anse nascoste sul retro. Il nome del rivenditore Verga è presente sotto una corona sul quadrante. Foto Fabio Santinelli.

Torniamo virtualmente al Pucci degli anni ’90. Se dovessi stilare una classifica dei 5 orologi di quel periodo per i quali impazzivi, quali sceglieresti?

«Per me, e non solo per me, l’orologio con la O maiuscola era il 1518 di Patek Philippe, anche se il mio mito erano però i tasti tondi, in particolar modo il 1463. Poi i complicati, che vidi più volte a Ginevra o dai commercianti più famosi del mondo. Mi piaceva da impazzire anche il 533 sempre di Patek Philippe, il cronografo dalla caratteristica lunetta piatta, il 1526 fasi luna. Tutti modelli che ancora oggi si trovano ai vertici del collezionismo.»

Cosa ti fa scegliere di acquistare un orologio? Bellezza, rarità, marca o investimento?

«Lo scelgo per la bellezza. Quando ho preteso di scegliere seguendo l’obiettivo dell’investimento ho fatto sempre un sacco di sciocchezze. Negli anni, quando ho incominciato a seguire una linea ben precisa che vedeva al centro delle mie attenzioni i vecchi cronografi Rolex, mi sono ben presto trovato nella situazione di dover scambiare dei segnatempo molto commerciali, primo fra tutti il Daytona che tre decenni addietro si acquistava sostanzialmente con poco. Oggi il mercato è cambiato e i Daytona presi allora danno veramente tante soddisfazioni anche se, nel mio caso, continuo a scambiarli per dei piccolissimi crono Rolex da 28 mm o meno, tanto piccoli da essere praticamente non indossabili, ma per me pieni di significati. Impazzisco quando li trovo nelle condizioni migliori.»

La tua prima passione sono stati i Patek Philippe, poi sono arrivati i Rolex. Com’è avvenuto questo passaggio?

«Non dico che uno sia meglio dell’altro, ma penso che chi è sensibile e ama il design, guardando un quadrante Rolex degli anni ’40 o dei primi anni ’50, non può non raggiungere delle vette di piacere che non si provano con nessun altro orologio. Non so chi fosse il loro direttore artistico, chi scegliesse come combinare le grafiche e i colori dei quadranti. So solamente che quando ho scoperto il primo crono Rolex, ho iniziato a “scambiare” i crono Patek Philippe che fino a quel momento ero riuscito a mettere assieme. Un’altra annotazione: per godere appieno del piacere di questi quadranti, bisogna trovare un pezzo che sia davvero intatto, perfetto. Se ci sono manomissioni, lucidature, diventa impossibile capirlo.»

Vale per tutti i Rolex?

«No, gli sportivi non hanno dei quadranti così “ricchi”.»

Hai dato una sorta di data di “scadenza”: gli anni ’50. Cosa succede dopo?

«Succede che la Rolex sceglie mano mano di seguire la strada dell’essenzialità, fino ad arrivare ai primi Daytona dove il quadrante è sostanzialmente spoglio di tutto, lasciando intatti solamente i contatori a contrasto e la minuteria. Eppure, anche in quella semplicità c’è un elemento di design incredibile.»

 
Pucci Papaleo - Rolex in oro giallo referenza 3529, cronografo a 2 contatori, tasti quadri, anni 40. Foto Fabio Santinelli
Pucci Papaleo - Rolex in oro giallo referenza 3529, cronografo a 2 contatori, tasti quadri, anni 40. Foto Fabio Santinelli

Nel mondo sei considerato una sorta di “Mr. Daytona”.

«Nasce tutto a partire dal 2002, quando realizziamo il primo libro “I Cronografi Rolex: la Leggenda”. Ci divertiamo tantissimo nel farlo. Tu (n.d.r. Paolo Gobbi) scrivi i testi, io trovo gli orologi, i collezionisti sono contenti di farceli fotografare. Funziona tutto così bene, che ci viene subito la voglia di farne un altro, ma non riusciamo a trovare l’idea giusta. Ragioniamo se spostarci agli sportivi, ma nessuno di noi aveva la molla indispensabile per fare un lavoro eccellente: la passione. Decidemmo di aspettare.»

Poi cosa accadde?

«Un giorno, parlando con il nostro comune amico Auro Montanari, mi disse: “Perché non fai un libro dedicato ai Daytona speciali?”. Mi sembrò una buona idea. Era il 2006, non amavo ancora particolarmente questo modello, ma ne possedevo già sei o sette, alcuni dei quali rientravano nella tipologia degli speciali. Inizio così a scrivere una lista di quelle che potevano essere considerate delle varianti “rare”: albino, pulsometrico, spade, marroni… viene fuori un elenco di circa quaranta modelli. Quella è stata l’alba del progetto. Una volta iniziato il lavoro, l’idea è divenuta sempre più importante e corposa, cercando veramente tutti i modelli allora conosciuti, specie dei carica manuale e al team si aggiunsero Pino Abbrescia e Fabio Santinelli con le loro foto straordinarie.»

Fu un lavoro lungo e complesso. 

«Cinque anni di lavoro continuo, senza soste, durante i quali imparai a conoscere in maniera davvero approfondita i Daytona con tutte le varianti più interessanti. Partecipai anche a tutte le operazioni per l’apertura dei fondelli, l’estrazione del movimento dalla cassa, lo studio anche della parte posteriore del quadrante. Era impossibile non imparare a conoscerli.»

Il 10 novembre del 2013, da Christie’s andarono in vendita 50 Daytona per celebrare idealmente i 50 anni di questo iconico cronografo. Cosa ricordi di quell’asta conosciuta con il nome di Daytona Lesson One e che ti ha visto protagonista? 

«È stata l’asta più divertente ed eccitante a cui abbia mai presenziato in tutti questi anni. Non ho mai visto tanto entusiasmo senza nessun secondo fine se non quello della passione e della voglia di portare a casa dei segnatempo davvero unici.»

Il suo impatto mediatico e sul mercato è stato, probabilmente, superiore a quella di 

«The Art of Patek Philippe” con il Calibro 89 oppure “Winning Icons” con il più celebre dei Paul Newman. “C’era un’atmosfera gioiosa, era divertimento sano. Chi ha messo in vendita gli orologi non aveva in realtà grandi aspettative, lo ricordo bene perché ho contribuito a realizzarla. Il risultato finale ha sancito il momento di cambiamento totale del mercato del Daytona.»

Dopo è cambiato anche l’atteggiamento verso questo modello. 

«All’aumentare in maniera esponenziale del valore, è stato necessario passare dalla gioiosità alla massima attenzione, in quanto le cifre in gioco sono diventate importanti, alle volte importantissime. Ricordo che quando facemmo l’asta il mercato non era in un momento particolarmente brillante, mentre Lesson One ha ravvivato non solamente il mercato del Daytona, riposizionandolo nettamente in alto, quanto dell’orologeria vintage in generale.»

Qualcuno, incredulo o memore di passati scivoloni in tal senso, si chiedeva se quelle aggiudicazioni fossero tutte vere… 

«Sì, me lo chiesero in diversi. Ma non fu così. Se guardiamo le aggiudicazioni, troviamo una coerenza nei risultati: non c’erano sopravvalutazioni di dieci volte la stima, ma tutti più o meno avevano raddoppiato o triplicato il loro valore iniziale. Che non si sia trattato di aggiudicazioni dopate lo conferma il fatto che negli anni successivi e fino ad oggi, i valori hanno continuato a salire e non sono mai scesi.»

Qual è la chiave del successo, anche dei nuovi modelli, del Daytona? 

«Penso sia la forza del vintage: ci sono persone che hanno resistito veramente per tanto tempo prima di fare il passo e acquistare un Daytona. Poi chi ha iniziato, spesso non è più riuscito a smettere. Ha trascinato l’intero mercato del vintage, anche di quello che in molti consideravano più blasonato.»

Da poco tempo è stato reso pubblico il ritrovamento del 2499 di John Lennon e questo orologio, molto probabilmente, verrà messo all’asta – si chiede Giovanni Bonanno – pensi che potenzialmente potrà superare il risultato del Paul Newman di Paul Newman? 

«È una lotteria, alla quale è praticamente impossibile rispondere, anche se adesso mi sento di dirti di no, non avrà lo stesso impatto e non farà lo stesso risultato. John Lennon è un personaggio incredibile, ma possedere il Paul Newman di Paul Newman è davvero tutta un’altra cosa.»

Oggi sarebbe possibile ripetere Lesson One? 

«L’abbiamo fatto con Daytona Ultimatum, in un momento di mercato completamente diverso da quello del 2013 e con dei modelli che erano già al massimo delle loro quotazioni. Per ripetere oggi quell’esperienza ci vorrebbe molto coraggio: il ciclo di crescita del Daytona ha dato il massimo tra le due aste monotematiche, oggi continua il trend in crescita, ma non ai livelli di un tempo.»

Pucci Papaleo - Rolex cronografo 2 contatori in oro giallo referenza 3834. Foto Fabio Santinelli
Pucci Papaleo - Rolex cronografo 2 contatori in oro giallo referenza 3834. Foto Fabio Santinelli

Cosa ne pensi del mondo delle aste oggi? 

«Dopo il lockdown il mondo è cambiato ed è cambiata anche la maniera di comprare e vendere gli orologi. Nel mondo delle aste alcuni si sono fermati, altri invece hanno reagito rafforzando il discorso della comunicazione. La mancanza di contatto ha favorito sicuramente il mercato del nuovo, anche nelle aste. Oggi, passati tre anni, bisogna capire cosa rimane di chi vende ancora di persona e chi invece utilizza solo l’online. Oggi i pesi sono sbilanciati a favore delle case d’asta, che manovrano i maggiori flussi di denaro.»

L’orologeria vintage si compra e si vende all’asta, oppure è meglio scegliere una trattativa privata? 

«L’orologio vintage ha un suo percorso, che è diverso da quello dei moderni oppure degli indipendenti. Le case d’asta stanno facendo un gran lavoro, però per i vintage il ruolo dell’antiquario, del dealer specializzato ritornerà ad essere primario.»

FINE PRIMA PARTE

Valutiamo e compriamo il tuo orologio

Il più esclusivo catalogo di orologi vintage

Visita Ora

La boutique di Roma

Via della Croce, 13