Un bilancio annuale da 370 milioni di dollari, con 290,463,315 generati in sala e online, racconta una domanda che non si è fatta intimidire dai venti contrari del “nuovo”. Tra tassi di venduto quasi totali, platee internazionali e una quota crescente di under 40, emerge un dato che vale più di una classifica: cinque pezzi F.P. Journe tra i dieci risultati principali. Non è solo cronaca d’asta: è una fotografia del collezionismo, oggi, e del peso crescente dell’orologeria indipendente.
L’anno in cui il secondo polso ha parlato più forte del primo
C’è un modo semplice per capire se un mercato ha davvero energia: guardare dove finiscono i soldi quando le certezze vacillano. Nel 2025, mentre l’orologeria moderna — soprattutto nel segmento medio e medio-alto — ha vissuto mesi complicati, il vintage e il secondo polso hanno continuato a fare quello che sanno fare meglio: trasformare l’insicurezza in selezione, e la selezione in prezzi.
Il comunicato di fine anno di Phillips Watches (datato 18 dicembre 2025) è, in questo senso, un documento interessante non tanto per il tono celebrativo — fisiologico — quanto per la quantità di segnali concreti: un totale annuo dichiarato di 370 milioni di dollari, di cui 290,463,315 in vendite all’asta e 80 milioni tra private sales e Phillips Perpetual.
Mettiamola così: quando la parte “collezionistica” dell’orologeria si muove con questa regolarità, non sta solo comprando oggetti. Sta comprando fiducia. E la fiducia, nel lusso, è una valuta più stabile di molte altre.
I numeri che contano: non “quanto”, ma “come”
I grandi totali fanno notizia, ma a raccontare la temperatura reale è il “come” si arriva a quei totali. Phillips dichiara, nel 2025, un venduto del 99% per lotto e del 100% per valore, con 11 invenduti complessivi su sei aste live e sette vendite online.
Poi ci sono i dettagli che, per chi segue questo mondo, valgono più dei titoli:
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1.802 lotti venduti e 36 orologi oltre il milione di dollari (numero che la casa definisce un primato di settore).
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Un rapporto molto “da collezionismo maturo”: il 98% dei lotti sopra la stima bassa, e un 59% oltre la stima alta (all-in).
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Il dato generazionale, spesso raccontato a parole e qui messo in percentuale: 35% di buyer nuovi e 32% tra Millennials e Gen Z; 96% dei bidder online.
È un mix che spiega perché il vintage stia in piedi anche quando il mercato del “nuovo” rallenta: il collezionista contemporaneo è globale, digitale, e — soprattutto — ha imparato a scegliere. Non compra “un orologio”, compra “quell’orologio”.
Il record che fa da faro: l’idea di storia, prima ancora dell’oggetto
In cima alla Top 10 dei lotti 2025 di Phillips c’è un Patek Philippe Ref. 1518 in acciaio del 1943, venduto a CHF 14.190.000 (US$ 17.631.075).
È un risultato che, al di là delle cifre, riporta il discorso al punto centrale: la rarità storica, quando è certificata, diventa un linguaggio condiviso.
E qui torna utile una frase infilata nel comunicato, quasi come un biglietto da visita culturale. Aurel Bacs e Livia Russo citano una lettera del conte di Chesterfield: “indossa la tua cultura come l’orologio, in una tasca privata”.
È un invito alla discrezione, ma anche una descrizione perfetta del collezionista che oggi muove il mercato: competente, spesso silenzioso, poco interessato all’ostentazione e molto al contenuto.
In altre parole: il secondo polso non è più la “scorciatoia” per avere qualcosa che non si trova in boutique. È diventato, per molti, il luogo principale dove cercare senso.
Cinque F.P. Journe nei primi dieci: la nuova geografia del desiderio
Ed eccoci al secondo punto che merita un evidenziatore acceso: tra i dieci top lot del 2025, Phillips ne elenca cinque firmati F.P. Journe. Non è un dettaglio statistico: è una dichiarazione di peso specifico.
Basta leggere la classifica:
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#2: F.P. Journe, FFC Prototype (circa 2021), dalla collezione di Francis Ford Coppola: US$ 10.775.000.
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#3: F.P. Journe × THA per Breguet, Pendule Sympathique con orologio da polso tourbillon in oro giallo.
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#6: Chronomètre à Résonance ‘Souscription No. 2’ (2000): CHF 3.327.000.
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#7: Chronomètre à Résonance ‘Sincere Fine Watches, Black Mother-Of-Pearl’ (2006): US$ 3.690.000.
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#10: Chronomètre à Résonance ‘Souscription No. 17’ (2000): US$ 2.843.000.
Il messaggio è doppio. Da una parte, Journe è ormai percepito come un “top player” della domanda collezionistica: non un fenomeno di nicchia, ma un pilastro. Dall’altra, questa centralità trascina con sé l’intero ecosistema indipendente, perché legittima — con prezzi, non con slogan — l’idea che l’eccellenza contemporanea non abiti solo nei grandi gruppi.
Phillips lo dice anche in modo diretto: nel 2025 la casa “ha riaffermato la leadership” sugli indipendenti contemporanei, citando risultati per Dufour (Duality No. 1 a US$ 3.085.000) e una costellazione di nomi che, fino a pochi anni fa, erano conversazioni tra iniziati.
Perché questa storia dice qualcosa anche sul “nuovo” che fatica
Ora, il punto interessante — e qui veniamo alla lettura in controtendenza che volevamo mettere in evidenza — è che tutto questo accade mentre il mercato dell’orologeria moderna, nel medio e medio-alto, nel 2025 non ha brillato. È come se una parte dei consumi si fosse presa una pausa, mentre il collezionismo ha continuato a camminare.
Non è una contraddizione: è una separazione di ruoli.
Il “nuovo” vive anche di ritmo, di ciclo, di rotazione di collezioni, di desiderio seriale. Quando quel ritmo rallenta, si avverte subito. Il vintage e il secondo polso, invece, vivono di scarsità strutturale: certi pezzi esistono in un numero finito, e il tempo non li produce più. Quando il presente è incerto, il passato ben documentato diventa una forma di stabilità.
E poi c’è un fattore culturale: oggi possedere un oggetto con storia è un modo di raccontarsi. Non solo “ho comprato”, ma “ho scelto”. Non è un caso se Phillips sottolinea la partecipazione di collezionisti da 80 Paesi e una base di compratori nuovi così ampia: il collezionismo è diventato un linguaggio internazionale, e non richiede più un club esclusivo per essere parlato.
Non solo martello: Perpetual, private sales e l’idea di “continuità”
Il totale da 80 milioni tra private sales e Phillips Perpetual racconta un’altra mutazione: il collezionista non vuole solo l’evento, vuole il percorso. Phillips dichiara 240 orologi venduti tramite questi canali e una quota del 42% di acquirenti nuovi, oltre al +150% anno su anno del boutique Perpetual di Hong Kong.
È un dettaglio che si collega bene alla presenza massiccia di Journe in Top 10: l’indipendenza, per definizione, lavora su relazioni, contenuti, artigianalità percepita. Se il mercato premia quel mondo, è naturale che crescano anche i canali capaci di seguire il collezionista fuori dal calendario rigido delle aste.
E qui, senza enfasi, si può dire che il 2025 ha mostrato una cosa semplice: il collezionismo non è più una parentesi tra una lista d’attesa e l’altra. È diventato una destinazione.