Sebbene la definizione politicamente corretta potrebbe essere “collezionista di orologi di fama internazionale”, dietro questa etichetta si nasconde un uomo con una vera e propria passionaccia: quella per il Daytona “Zenith” in oro con cinturino in pelle.
Prima di arrivare al suo argomento preferito, vediamo di scoprire insieme come Paolo Cattin è riuscito a realizzare il suo sogno collezionistico.
Per un ragazzo deve essere stato un inizio straordinario.
(sorridendo) «Nel giro di un anno avevo assimilato tutto ciò che mio padre aveva appreso in quarant’anni.»
Primo orologio da collezione?
«Acquistato nel negozio di mio padre, un Patek Philippe in oro rosa degli anni ’40 con delle anse particolari. L’ho portato al polso per sei o sette anni, prima di venderlo a un prezzo considerevole.»
Non hai resistito.
«Esatto. È stato comunque un orologio importante, perché ha segnato un momento particolare: quello in cui nasce la passione. Sono stato e sono un commerciante di orologi, ma dietro c’è sempre una vera passione. Ho avuto la fortuna di costruire due collezioni “minori” per arrivare a quella odierna, i Daytona “oro-pelle” prodotti dal 1991 fino al 2000.»
La fortuna?
«Il mercato, che cresceva gradualmente, mi ha permesso di vendere con un buon profitto la mia prima piccola collezione di cronografi Eberhard & Co. Successivamente, ho ceduto una seconda raccolta, questa volta più eterogenea, ma composta da pezzi di altissima qualità. I ricavi mi hanno consentito di creare un “gruzzoletto” da dedicare a quella che è diventata la mia unica e vera passione, che oggi si concretizza nel Daytona Museum e nei Daytona “oro-pelle”.»
Facciamo ancora una volta un passo indietro. Nel tuo curriculum leggiamo di un lavoro di consulenza per due Case d’asta: Meeting Art di Vercelli e poi la ginevrina Antiquorum.
«Negli anni ’90 ero esperto di orologeria per Meeting Art, mentre con Osvaldo Patrizzi e quindi con Antiquorum ho collaborato per la stesura dei primi libri Rolex editi da Mondani.»
Sei già autore di due libri, “Investire in Orologi di Lusso” e “Orologi di Lusso: Il valore di mercato oltre al prezzo di listino”, con un terzo, “Collezionare Orologi di Lusso”, in arrivo. C’è una tua attenzione particolare per la comunicazione e l’editoria?
«A dire la verità, comunicare per mezzo dei libri è stata un’esigenza di mercato, in quanto il collezionismo di orologi da polso è stato per lungo tempo percepito esclusivamente in un’ottica “vintage” che al massimo contemplava la modellistica degli anni ’70.»
Una visione riduttiva?
«Sì, perché, ad esempio, gli anni ’90 hanno aperto la strada a un collezionismo di “orologi di lusso” che superava il semplice concetto di vintage e andava a legittimare un mercato che prima non esisteva: quello dell’orologio “moderno da collezione”. Questi concetti penso siano stati ben espressi nel mio primo libro Investire in Orologi di Lusso.»
Il risultato?
«Fino a qualche anno fa, l’orologio da collezione era esclusivamente vintage, ma oggi possiamo affermare che ci sono pezzi da collezione anche di produzione moderna.»
È una diatriba forte che si è fatta sempre più attuale, tra fazioni e mentalità diverse.
«Il mercato dell’orologeria non è stato sempre ai massimi livelli: momenti di crisi si sono costantemente alternati a fasi di crescita, sia negli anni ’90 che nel nuovo millennio. Una risposta ai momenti di flessione del mercato, da parte delle Case più blasonate, è stata la realizzazione di serie speciali o limitate. Questi prodotti hanno così creato una nuova fascia di collezionismo.»
Differenze rispetto al passato?
«Dobbiamo pensare che le produzioni antecedenti agli anni ’80 seguivano una certa dinamica e una certa logica produttiva. Negli anni ’80 sono state sperimentate tante cose e, infine, nel nuovo millennio è arrivato l’orologio moderno con tutti i vari restyling. Detto questo, gli anni ’90 si configurano come un periodo di transizione tra il vintage, che non era più in produzione, e l’orologio di lusso moderno.»
Le modalità produttive sono cambiate negli ultimi decenni.
«Prima i modelli cambiavano molto più lentamente rispetto ad oggi: ogni sette o otto anni. Poi ci sono stati gli anni ’90, quando i cambiamenti hanno iniziato a susseguirsi con sempre maggiore frequenza.»
Riconosciuta da tutti?
«Non subito, perché il collezionista “puro” continuava a concentrarsi sul vintage. Alla fine, però, siamo riusciti a far passare il messaggio che anche un pezzo moderno può avere il suo fascino, grazie alla rarità, alla qualità della costruzione e agli aspetti artistici che lo contraddistinguono.»
Non sarà che nell’orologeria contemporanea si è fatta – alle volte volutamente – un po’ di confusione tra investimento e speculazione?
«Certamente, ci sono state anche dinamiche speculative. Ricordiamoci, però, che dal 1990 ad oggi sono passati 35 anni, e in questo lasso di tempo è cambiato tutto: sia la distribuzione che, soprattutto, la produzione.»
Un esempio?
«Quello che conosco meglio: il Daytona. In questo periodo è stato rivisitato quattro volte, cambiando completamente dal 1988, anno della presentazione dell’automatico. Da allora sono passati 35 anni e, dopo un periodo così lungo, un orologio può diventare da collezione.»
Quindi come dobbiamo considerare il primo Daytona automatico?
«Il Daytona Zenith è ufficialmente un orologio da collezione, e non lo dico solo io: è universalmente riconosciuto come tale.»
Le sue quotazioni sono sempre state superiori alla media, senza essere mai toccate dalle varie crisi che si sono succedute in questo trentennio.
«Anche il Daytona ha avuto i suoi momenti di crisi, sebbene il suo trend globale sia sempre stato in ascesa: saliva, scendeva leggermente e poi risaliva. La stessa cosa sta succedendo adesso: dopo la bolla speculativa degli ultimi anni, anche il Daytona “Zenith” ha iniziato un periodo di sofferenza, ma…»
C’è una variabile che lo porta a essere controtendenza?
«Se troviamo un pezzo che rispetta determinate caratteristiche, allora la crisi non esiste. Ad esempio, ho recentemente comprato all’asta un Daytona Zenith, stato NOS, con scatola, garanzia, lunetta in zaffiri e quadrante pavé. L’ho pagato un prezzo commisurato al suo valore.»
Sei considerato uno dei più importanti collezionisti al mondo di Daytona “Zenith” con cinturino in pelle. Come è nata questa passione?
«Ciò che mi ha colpito maggiormente è il fatto che il Daytona automatico con cinturino in pelle assuma un aspetto straordinariamente sobrio, meno impegnativo da indossare rispetto alla versione con bracciale.»
Non tutti condividono questa opinione.
«A qualcuno non piace, ma non importa.»
Numericamente non è stata una produzione così vasta.
«La produzione è avvenuta tra il 1991 e il 2000, un periodo relativamente breve. In particolare, l’oro bianco è stato prodotto solo dal 1997 al 2000, per meno di quattro anni. Ciò che mi affascina di più è la varietà di lunette preziose e quadranti unici, che rendono questi orologi davvero speciali.»
In tanti si definiscono “collezionisti”, ma pochissimi scelgono di creare una vera collezione monotematica, come hai fatto tu.
«Ho scelto di fare una collezione omogenea, una scelta che mi ha aiutato a capire a fondo la materia e le logiche di produzione.»
Una collezione omogenea è il presupposto ideale per realizzare un museo.
«Ciò che mi interessa di più è l’aspetto culturale: se approfondiamo tutte le caratteristiche distintive e storiche di un orologio, creiamo anche un ambiente fertile per divulgare queste informazioni. Se documentiamo questo periodo di produzione con un approccio culturale, creiamo i presupposti affinché altre persone se ne interessino.»
Proprio come è stato fatto con gli orologi vintage oggi più prestigiosi.
«Si spendono milioni di euro per un cronografo perpetuo 1518 di Patek Philippe perché tutti sanno quanti pezzi sono stati realizzati, in quale periodo e quali sono le sue caratteristiche distintive. Una volta che c’è la conoscenza, arriva anche la volontà di investire.»
Cosa rende il Daytona un buon investimento?
«Sono entrato in questo mondo nel 1988, lo stesso anno in cui venne presentato il Daytona automatico. Il primo esemplare che ho avuto la fortuna di acquistare era un modello in acciaio e oro, comprato da Matranga a Palermo. Da quel momento ho capito che, nonostante le crisi del settore, il Daytona era l’unico orologio in grado di mantenere costantemente il suo valore, aumentandolo nel tempo.»
Un caso unico?
«Il Daytona ha sempre seguito una strada propria, distinguendosi dalla massa. Nel corso degli anni, altri modelli hanno catturato l’attenzione del mercato e degli acquirenti, come il Nautilus o il Royal Oak. Tuttavia, il cronografo di casa Rolex è stato l’unico a vedere una crescita costante e continua del suo valore, senza mai perdere il suo fascino e prestigio.»
Il primo ad avere liste d’attesa.
«Anche il primo ad avere un prezzo di listino e un prezzo di mercato.»
Negli ultimi anni è diventata una pratica diffusa anche per altri modelli.
«Sì, una situazione che ha destabilizzato un po’ tutto il mercato, che solo oggi si sta riprendendo.»
Nel caso del Daytona non ci sono stati giochi speculativi, solo una forte domanda da parte del mercato.
«Rolex si è limitata a non eccedere nella produzione, garantendo che la domanda superasse sempre di gran lunga l’offerta. Il resto lo hanno fatto i collezionisti, contribuendo ad accrescere il desiderio. Inoltre, sin dal suo esordio, questo modello si è affermato come un potente status symbol.»
Alla fine degli anni ’80 il Daytona veniva considerato un traguardo “sociale”. Ancora oggi è così?
(sorridendo) «Sì. È l’oggetto del desiderio per eccellenza. Ci sono poi persone che non comprano Rolex, ma chi sceglie questa marca prima o poi lo considera un punto di arrivo.»
Anche le versioni attuali?
«Assolutamente sì: il Rainbow, il suo restyling odierno, il Le Mans prima in oro bianco e poi in oro giallo… orologi straordinari, che stanno scrivendo la storia.»
Ci parli del Daytona Museum?
«È una mia ricerca per un museo virtuale, una collezione che si trasformerà prima o poi in un vero e proprio museo fisico. Non è un’operazione economica, ma culturale, che creerà una base per far nascere un nuovo tipo di collezionismo.»
Cosa consiglieresti a un giovane che oggi volesse entrare nel mondo delle lancette?
«Prima di tutto, è fondamentale far nascere la passione, che mette in secondo piano l’aspetto economico e lascia spazio a quello culturale. Le risorse arriveranno, in qualche modo, ma solo se, oltre alla passione, si sviluppa anche una forte base culturale. Sarà quest’ultima a fungere da leva, permettendoti di raggiungere l’obiettivo di acquistare ciò che desideri.»