Oggi, con oltre quattro decenni di esperienza alle spalle e una storica attività a Milano, Max Bernardini continua a trasmettere la sua passione a una nuova generazione di collezionisti, rendendo unica ogni esperienza di scoperta nel mondo degli orologi vintage.
Chi è Max Bernardini? Un mercante? Un collezionista? Un appassionato?
«Un mix di tutto quello che hai detto, ma soprattutto una vittima della passione per gli orologi, che o ti entra sotto la pelle, oppure non ha neanche senso farlo come mestiere.»
Com’è iniziata?
(sorridendo) «Per sbaglio! Avevo sedici anni e frequentavo il liceo a Napoli e per un insieme di circostanze fortuite mi sono trovato a fare da interprete nientemeno che a Maradona. Lui aveva una grande passione per gli orologi, mentre mio padre in quello stesso periodo aveva trasformato in professione la sua passione per i gioielli.»
Due mondi in realtà diversi.
«Oggi sì, ma bisogna rapportarsi al periodo storico: nei primi anni ’80 gli orologi erano considerati dei complementi dei gioielli, come era evidente anche nei cataloghi d’asta, dove i segnatempo erano presenti sempre nell’ultima parte, dopo collier e spille preziose. Seguendo Diego e le sue richieste ho iniziato a guardare al mondo delle lancette e, dopo quarant’anni, sono ancora qui con questo lavoro…»
Il primo orologio?
«Un Ovetto»
C’è ancora nella tua collezione?
«L’ho venduto e poi successivamente ricomprato. A Milano c’era una delle prime case d’asta “locali” italiane, la Rerum, peraltro creata da due miei cari amici, Mimi Zucco e Marco Baratti. Fu la prima asta a cui andai, avevo 17 anni e misi in vendita proprio l’Ovetto appena regalatomi da mio padre: entro in questo in questo nuovo mondo, dove tutti si guardavano il polso, tiravano fuori orologi dalle tasche… uno mi prende il polso, mi vede l’Ovetto e mi dice: “bello, quanto chiedi?” e io “ma sai, è il regalo di papà…” non ero ancora stato svezzato da mercato. Lui mi fa “se lo vuoi vendere io, te lo pago un milione e duecentomila lire.” A a quel punto il ginocchio è sceso, ma sono riuscito a dire di no.»
Non sarà finita lì…
«Dopo dieci minuti arriva un mercante spagnolo che mi chiede un’informazione, sento l’accento gli rispondo nella sua lingua, cercando di scimmiottare quello che avevo visto fare in quella sala da tutti. Gli chiedo “hai degli orologi con te?” e lui apre una cuvette e in mezzo a tutti c’era un Ovetto, identico al mio, ma molto più bello, col quadrante nero lucido e il bracciale estensibile. Gli dico “bello! quanto chiedi?” Mi risponde “un milione e cento”. A quel punto gli do come anticipo 50mila lire della mia “paghetta settimanale”, gli chiedo un po’ di tempo e vado alla ricerca di quello che mi aveva fatto la prima offerta. Fatico ma lo trovo, gli riesco a vendere l’orologio a quanto mi aveva offerto e torno a prendere quello dallo spagnolo. Alla fine della giornata torno a casa con un utile di 250mila lire e un orologio più bello di quello con quale ero arrivato.»
Ne hai tratto una conclusione?
«Una fondamentale: ho capito che si trattava di un gioco bellissimo, e che sarebbe stato il mio futuro.»
FINE DELLA PRIMA PARTE