«Maneggiare con cura»: il tesoro Olmsted accende Sotheby’s New York

Nelle sale del Breuer Building, nuova sede newyorkese di Sotheby’s, l’asta di Important Watches diventa il palcoscenico di una raccolta costruita in decenni di studio silenzioso: orologi da tasca a doppia movenza, cronometri marini, sonnerie monumentali e un inedito orologio da tavolo che arriva direttamente dal salotto di Manhattan. 

Tra i lotti contrassegnati da “Handle With Care” e gli otto risultati oltre il milione di dollari, il catalogo compone il ritratto di un collezionismo che mette sullo stesso piano Patek Philippe, scuola inglese e Glashütte, trasformando una sessione d’asta in un racconto di tempo misurato, annotato e finalmente condiviso con il pubblico.

Robert Olmsted nel suo salotto di casa

Il lunedì sera è dedicato a Bob…

Per Robert MacCracken Olmsted il lunedì non era l’inizio della settimana lavorativa: era “clock night”. Niente cene fuori, niente telefonate, niente distrazioni. Si chiudeva la porta di casa e iniziava il rito: orologi e pendole da caricare, cronometri da confrontare con il tempo atomico di Denver al telefono, scarti annotati con pazienza in un quaderno a colonne.

Alcuni pezzi erano di uso quotidiano, altri – una dozzina, “quelli che non dovevano mai lasciare casa” – erano il nucleo sacro della collezione. Li misurava contro l’Earnshaw, i cronometri marini Breguet, le sonnerie più raffinate, scegliendo ogni mattina quale tenere in tasca. Il Rolex calendario triplo del 1958, troppo appariscente per i suoi gusti, restava quasi sempre in disparte: Bob preferiva mostrare la sostanza, non il logo.

Sua moglie, Stephanie, lo racconta con una formula che dice molto di lui: “calmo, misurato all’esterno, complicato all’interno”. Un uomo da Wall Street Journal, caffè e gatto al mattino; ma anche da tourbillon, bilancieri Guillaume, tempo siderale e osservatorio astronomico donato alla vecchia scuola, Pomfret, per il quarantesimo anniversario di diploma. Un collezionista che prende alla lettera il consiglio del conte di Chesterfield: “Porta il tuo sapere come l’orologio, nel taschino, e non tirarlo fuori solo per far vedere che ce l’hai”.

Eppure, qualcuno quel sapere doveva vederlo. Così gli orologi da tasca uscivano durante le cene di casa, passavano di mano in mano tra “ooh” e “aah”, mentre Bob spiegava complicazioni che metà degli ospiti non capiva, ma tutti intuivano come parte di un linguaggio raro. Ora quel linguaggio ha cambiato scena: dalla sala da pranzo di un appartamento newyorkese alla sala d’aste di Sotheby’s.

Dal salotto di Manhattan al nuovo “museo” del tempo

L’8 dicembre 2025, alle 10 del mattino, la stessa città in cui Bob ha vissuto per decenni ha visto una parte importante del suo mondo passare sotto il martello: Important Watches featuring Exceptional Discoveries: The Olmsted Complications Collection, primo appuntamento di orologi nella nuova sede globale di Sotheby’s, il Breuer Building al 945 di Madison Avenue. L’edificio progettato da Marcel Breuer – ex casa del Whitney Museum – è diventato il nuovo teatro di Luxury Week, il format che raduna gioielli, orologi, moda, memorabilia e vini rari in una settimana che assomiglia più a una fiera museale che a una semplice sequenza di incanti.

In questo contesto, gli orologi non sono un comparto a margine: sono il racconto tecnico di una stessa idea di lusso, fatta di oggetti che nascono per durare ben oltre una generazione.

Per Sotheby’s, la vendita dedicata agli orologi rappresenta anche un nuovo inizio: il passaggio a una sede più vicina ai musei che agli uffici, con il Breuer trasformato in “cattedrale” contemporanea dove un desk clock di Patek Philippe può dialogare, senza sfigurare, con un quadro di Agnes Martin.

In questa cornice, la collezione Olmsted occupa un ruolo centrale: non solo un catalogo di complicazioni, ma una narrazione coerente costruita in oltre sessant’anni da un singolo collezionista. Una sorta di mostra personale, solo che alla fine ogni pezzo trova un nuovo indirizzo.

Una costellazione di Patek

Il cuore mediatico della vendita è fatto di tre oggetti Patek Philippe che sembrano scritti apposta per il gusto di Bob: due orologi da tasca commissionati da John Motley Morehead III e un orologio da tavolo “presse-papier” che la letteratura non conosceva nemmeno.

I due orologi Morehead sono un caso a parte nella storia della marca: ciascuno ospita due movimenti indipendenti collegati solo dal sistema di carica comune. Uno aggiunge al già ricco corredo un cronografo a rattrapante, con sei lancette che ruotano dal centro, una scena meccanica rara anche per gli standard di Ginevra. In asta, il Morehead con doppio movimento e cronografo rattrapante ha raggiunto 3,71 milioni di dollari, mentre il “gemello” ultra-sottile, anch’esso con due movimenti e due serie di lancette, si è fermato a 2,49 milioni.

Accanto a loro, quasi a fare da ponte tra tavolo da lavoro e tavolo da pranzo, c’è il desk timepiece Ten-Day realizzato per Thomas Emery: movimento a riserva di carica di dieci giorni, calendario perpetuo, fasi lunari, costruzione bicolore con base lignea. Rimasto per decenni sulla scrivania di Bob, ora ha segnato un passaggio di proprietà a 2,734 milioni di dollari.

È un trio che sintetizza alla perfezione l’idea di collezionismo di Olmsted, già raccontata nei testi del catalogo: cercare non solo la complessità tecnica, ma quel punto preciso in cui la storia personale di un grande cliente (Morehead, Emery) incrocia l’ingegno della manifattura. Non stupisce che parte della stampa internazionale avesse già definito, prima della vendita, la Olmsted Complications Collection come uno dei più densi nuclei privati di orologi complicati mai arrivati sul mercato.

L’effetto, in sala, è quello di vedere affiorare in un colpo solo decenni di storia segreta: pezzi che Patek stessa non aveva pienamente “mappato” nei propri archivi, desk clock che si aggiungono, come terzi incomodi, alle coppie più celebri custodite al museo di Ginevra per Henry Graves Jr. e James Ward Packard.

La “Grosse Pièce”, Frodsham e gli altri giganti inglesi

Sarebbe riduttivo raccontare la vendita solo attraverso Patek Philippe. Una parte significativa del catalogo – quella contrassegnata, non a caso, dal titolo “Handle With Care” – è un viaggio nel lato inglese dell’ossessione di Bob: cronometri marini, sonnerie monumentali, tourbillon con architettura più vicina alla meccanica di precisione che alla gioielleria.

La star è l’Audemars Piguet soprannominata “Grosse Pièce”, commissionata nel 1914 tramite Smith & Son a Londra e completata nel 1921: un gigantesco orologio da tasca con 19 complicazioni e un raro cielo stellato sul quadrante, che mostra la volta celeste sopra Londra con costellazioni e stelle numerate.Timekeepers Club In asta, questo colosso ha raggiunto 7,736 milioni di dollari, diventando di fatto il simbolo della serata: un oggetto nato in Svizzera, ordinato in Inghilterra, custodito per decenni in un appartamento di New York e ora prontamente rilanciato da una nuova generazione di collezionisti.

Accanto alla Grosse Pièce, il catalogo Olmsted mette in dialogo altre voci dell’orologeria britannica: dal tourbillon grande sonnerie di Dent, con cronografo rattrapante e calendario perpetuo, al massiccio Charles Frodsham con tourbillon a un minuto, grande sonnerie, triplo ripetizione, calendario perpetuo e fasi lunari, aggiudicato a 1,1176 milioni di dollari.

Questi pezzi, raccontati nelle schede d’asta come esempi lampanti del livello raggiunto dalla scuola inglese tra fine Ottocento e inizio Novecento, mostrano quanto il collezionismo di Bob fosse meno “di marca” e più “di soluzione tecnica”: non si limita a replicare il canone ginevrino, ma mette sullo stesso piano Glashütte e Londra, Berthoud e Breguet, Frodsham e Patek.

La stessa logica vale per il tourbillon di Heinz Eberhardt, realizzato nel 1935 alla Deutsche Uhrmacherschule di Glashütte: un esercizio di precisione con scappamento a detent, indicatore di riserva di carica e tourbillon a un minuto, aggiudicato a 355.600 dollari. È uno di quei pezzi che si capiscono meglio se si immagina Bob al telefono con il tempo atomico di Denver, penna in mano, a confrontare lo scarto di pochi decimi di secondo

Otto lotti oltre il milione e un record più ampio dei soli numeri

La serata newyorkese non è solo un esercizio di filologia orologiera. Secondo i dati diffusi attraverso i canali social di Sotheby’s, otto orologi hanno superato la soglia del milione di dollari nell’ambito delle vendite di orologi legate a Luxury Week, con l’asta Important Watches come perno evidente di questo risultato.

Il quadro che ne esce è interessante: da un lato gli ultra–high end continuano a catalizzare passioni e capitali, con top lot che superano agilmente il milione senza avere nulla a che vedere con l’ennesima variante di un modello sportivo da polso; dall’altro, il racconto che convince i collezionisti è sempre più spesso quello che unisce complicazione, provenienza e “novità” per il mercato. In altre parole: non basta più che l’orologio sia raro, deve anche portare con sé una storia che cambi la mappa del già noto.

 

In questo senso, la Olmsted Complications Collection si inserisce in una stagione in cui proprio le grandi raccolte “firmate” sono tornate a essere uno dei motori più solidi dei cataloghi internazionali. Dall’altra parte dell’Atlantico, collezioni monografiche dedicate a Patek Philippe hanno già dimostrato quanto la coerenza di uno sguardo privato possa incidere sui risultati complessivi di una vendita. Qui, però, il tema non è una sola marca, ma un’idea di precisione che attraversa scuole, epoche e latitudini.

“Handle with care”: quando un catalogo diventa lettera d’amore

La vera differenza, rispetto a tante altre aste importanti, sta forse in un dettaglio di tono. Nel catalogo, il nucleo di lotti numerati 26–61 è introdotto da un testo firmato “Mrs. Robert Olmsted” e titolato “Handle With Care”, lo stesso avvertimento che chiude il racconto: “Lui non voleva che questi orologi lasciassero casa. Ha lasciato a noi il compito di farlo per lui. Handle with care…”.

Quelle pagine, affiancate al necrologio che racconta Bob come marito, padre, trustee di Pomfret, appassionato di fotografia e musica classica, ricordano che dietro ogni “lotto” c’è una routine familiare: i lunedì sera passati a caricare pendole, i cambi dell’ora legale che diventano logistica da pianificare, la gioia un po’ infantile di tirare fuori il “doppio” al momento giusto durante una cena.

Ora quegli stessi oggetti hanno cambiato tasca, salendo su aerei, attraversando oceani, finendo in caveau sconosciuti. Ma l’invito del catalogo resta valido: maneggiare con cura non è solo una raccomandazione per la spedizione, è una regola non scritta per chi eredita il lavoro di un collezionista che ha passato sessant’anni a mettere in fila, ogni lunedì, il proprio modo di stare nel tempo.

In fondo, la lezione di Bob Olmsted è tutta qui: un grande orologio complicato non è solo la somma di ruote, leve e molle, ma il modo in cui una persona decide di usarlo per misurare la propria vita. Il fatto che, in una mattina di dicembre, il Breuer Building sia diventato per qualche ora la stanza dei suoi lunedì sera, è forse il risultato più interessante dell’intera asta.


 

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