L’Innovazione del Royal Oak 5402: come Audemars Piguet ha Sfiorato la Perfezione

All’inizio degli anni ’70, Audemars Piguet ha affrontato una crisi esistenziale di fronte ai nuovi orologi al quarzo. La risposta è stata il Royal Oak, un capolavoro di design e ingegneria. Questo sommario racconta la collaborazione con SSIH per la distribuzione, la visione di Georges Golay, e l’audace creatività di Gérald Genta, che ha portato alla nascita di un orologio sportivo di lusso, caratterizzato dalla sua distintiva forma ottagonale e dal quadrante Tapisserie, stabilendo nuovi standard nell’industria orologiera.

All’inizio degli anni ’70, l’orologeria svizzera tradizionale sembrava destinata a soccombere all’arrivo dei nuovi modelli al quarzo: belli, precisi e soprattutto economici sia da produrre che da acquistare. Tuttavia, il sistema produttivo svizzero non riuscì a convertirsi dalla meccanica all’elettronica. Tre le opzioni disponibili: soccombere, adeguarsi utilizzando componenti orientali o reagire.

Audemars Piguet affrontava questo cambiamento epocale con una collezione datata, ma una struttura produttiva adatta all’Alta Orologeria. Tuttavia, i suoi orologi non si adattavano ai nuovi gusti tecnologici: i modelli di forma non si vendevano e i complicati non avevano mercato.

La reazione arrivò quando Georges Golay firma il il 5 febbraio 1969, una partnership con la Société Suisse pour l’Industrie Horlogère (SSIH), il principale produttore svizzero di orologi con 4,6 milioni di unità nel 1970. SSIH impiegava circa 7.000 persone e controllava 20 marchi, distribuendo attraverso 160 agenti e 15.000 rivenditori. La partnership, siglata il 5 febbraio 1969, riguardava esclusivamente la distribuzione. Audemars Piguet mantenne la sua indipendenza in termini di capitale e produzione, ma utilizzò gli agenti SSIH per distribuire i suoi orologi.

Saranno proprio tre distributori di altissimo livello, Carlo de Marchi (Italomega, Torino, Italia), Charles Bauty (Gameo, Losanna, Svizzera) e Charles Dorot (Brandt Frères, Parigi, Francia) a chiedere alla marca di Le Brassus di superare un segnatempo totalmente nuovo, sportivo, personale, che sorpassi “in alto” qualsiasi altro segnatempo allora in produzione.

Georges Golay

In quegli anni alla guida della Maison troviamo Georges Golay (vi era salito nel 1966, e ci rimarrà fino alla sua morte, avvenuta nel 1987), uomo illuminato e di larghe vedute sia tecniche che commerciali. Sarà lui ad affidare il compito della realizzazione di questo “nuovo” orologio al giovane Gérald Genta, designer già messosi in luce con realizzazioni, tra le tante, per Universal Geneve, IWC, Timex e Omega. Sarà proprio Genta a “rompere” lo schema dell’orologio tondo, reinventando, con grande sagacia, non la funzionalità dell’orologio stesso, quanto il suo impatto estetico con il mondo esterno. Per fare ciò bisognava dare una svolta forte, geometrica, che facesse trasparire una tecnica “opulenta”, ed una maniera di concepire il mondo assolutamente superiore alla media: «Tutto l’orologio era già presente nel primo schizzo! La forma ottagonale era ovviamente dovuta al montaggio delle otto viti, perché dovevo trovare lo spazio nella lunetta per posizionarle tutte. Le viti erano esagonali perché le teste delle viti erano incastonate nella lunetta, in modo che non girassero quando si bloccavano da sotto. Ho dovuto inventare tutto in una notte! È stata una cosa pazzesca, personalmente non lo so con quale magia è stato possibile creare una cosa del genere in una notte, è stato davvero sorprendente!»

Coraggiosa anche la scelta di utilizzare un metallo “povero”, smitizzante, come l’acciaio inossidabile, nobilitandolo con una lavorazione perfettamente uguale a quella utilizzata per l’oro. Anche il costo doveva avere la sua parte, essendo esso stesso un elemento identificativo inoppugnabile per stabilire la qualità di un oggetto, fosse questo un orologio, un gioiello, oppure un accessorio femminile. Genta lavorò come di consueto sulla parte grafica, presentando diverse idee, basate tutte sulla forma a poliedro della lunetta. Scartato l’esagono, che otteneva dei lati troppo lunghi, fu scelto l’ottagono, che ben inscriveva al suo interno la forma circolare del quadrante. A rafforzare l’effetto geometrico arrivavano anche le viti, visibili e funzionali, poste all’interno della lunetta, e caratterizzate sempre dalla forma ottagonale. L’idea delle viti venne a Genta, come rivelò in una intervista, osservando il casco di un palombaro, il cui vetro anteriore era fermato proprio da una serie di viti poste su di un anello metallico.

Il disegno costruttivo del bracciale del 1971.

Il bracciale poi, totalmente integrato con la carrure, si presentava inconsueto e convincente, tanto da essere arrivato ai giorni nostri senza nessun apprezzabile cambiamento (e pochi altri ci sono riusciti). Per la sua realizzazione interviene ancora una volta un mostro sacro, ovvero la Gay Frères, artefice di buona parte dei più interessanti e riusciti bracciali degli anni ’50 e ’60. A Favre & Perret vennero invece commissionate le casse, divenute anch’esse un simbolo di questo modello.

Elemento cruciale e distintivo rimane però il quadrante Tapisserie, uno dei codici estetici più importanti del Royal Oak. La sua creazione fu in parte dovuta al fato: intorno al 1970, un’azienda ginevrina chiamata La Nationale perse il suo unico dipendente in grado di far funzionare sette vecchie macchine per incidere il guilloché, utilizzate fino a quel momento per riprodurre motivi geometrici o floreali di tapisserie su accendini, penne o scatole di sigarette.  Volendo “smaltire” questi strumenti, li consegnò al produttore di quadranti Stern Frères, chiedendo come una condizione che adempissero ad un ordine già in corso.

La scelta del movimento fu invece tra le più semplici, in quanto si optò da subito per una meccanica extrapiatta di grande affidabilità e precisione, ma anche adeguata al livello di Alta Orologeria che si voleva imprimere all’orologio. Si scelse il movimento meccanico a carica automatica con datario allora più sottile al mondo, il Calibro 2121 derivato dal 2120 (senza datario) di Jaeger-LeCoultre, con uno spessore di 3,05 mm e un diametro di 12½ linee (28 mm), spessore 2,45 millimetri, 36 rubini (26 nella versione originaria), bilanciere monometallico liscio a tre bracci in Glucydur (nella versione del 1967 adottava invece un bilanciere Gyromax), spirale piana Nivarox I, 19.800 alternanze/ora, rotore centrale con ricarica nei due sensi, massa esterna in oro 21 carati fermata per mezzo di 4 viti, riserva di carica di 45 ore, doppio sistema antichoc Kif per il bilanciere e la ruota di scappamento. Questo movimento è rimasto il motore del Royal Oak da 39 millimetri dal 1972 fino alla fine del 2021: mezzo secolo, un vero record.

Il via definitivo alla produzione viene dato il 19 maggio del 1971, quando Jacques-Louis Audemars firma un ordine alla Favre-Perret per 1.000 casse in acciaio da Favre-Perret. Oggi potrebbe sembrare un numero piccolo, in realtà per l’epoca e per le dimensioni di AP era enorme: nel 1971 la Casa di Le Brassus vendette 6.217 orologi, divisi in 237 modelli diversi, ognuno dei quali interpretato con quadranti e colori diversi.

Oggi sappiamo la prima referenza 5402 è sta prodotta complessivamente in 6.000 esemplari, che vanno ben oltre la prima idea di mille in edizione limitata. Viene mantenuta invece la numerazione singola, come afferma lo stesso Georges Golay: «Chaque exemplaire des séries limitées de Royal Oak est numéroté». Da notare come il termine francese séries limitées è al plurale e questo spiega come sono nate le serie A, B, C e D del 5402.

Dal lancio dell’orologio avvenuto durante il Salone di Basilea nel 1972 e durante i primi anni della sua commercializzazione, il mercato svizzero e quello asiatico hanno assorbito tra i 150 ei 200 orologi all’anno, così come l’Asia. Bene è andata anche la Germania, mentre l’Italia per la quale si avevano grosse aspettative, almeno all’inizio ha faticato: nel 1972 furono consegnati a Italomega di Carlo de Marchi 89 orologi, 35 nel 1973, 31 nel 1974, 36 nel 1975 e 44 nel 1976.

Il ref. 5402

Il Royal Oak del 1972 e i suoi discendenti ultrasottili da 39 mm sono spesso soprannominati “Jumbo” a causa di quello che all’epoca era considerato il loro diametro fuori misura. Anche per la referenza 5402 vale questo nomignolo, sebbene con gli occhi dell’osservatore del nuovo millennio, 39 millimetri sembrano davvero pochi. Se invece facciamo un passo indietro negli anni ’70 e poi nel decennio successivo, ci accorgiamo che generalmente tutti i competitor sono notevolmente più piccoli. Eppure, in maniera del tutto singolare, le dimensioni di questo modello sono la normale conseguenza dei 28 millimetri del diametro del calibro 2121, ai quali vanno addizionati gli ingombri delle viti passanti.

Merita di essere messo in evidenza che tutti i singoli componenti della cassa vengono interamente rifiniti a mano, come ad esempio la lunetta, la quale, una volta tagliata, subisce ben 28 diverse lavorazioni prima di assumere il suo aspetto definitivo, che sarà portato ai massimi livelli con ben 70 operazioni di finitura manuale. Le bisellature ad esempio sono lapidate con quattro tipi successivi di carta abrasiva, per poi essere levigate mentre gli spigoli sono portati al vivo. Solo allora si effettua le satinatura della parte superiore, e quindi quella degli otto fianchi inferiori. Dopo un ultimo lavaggio, e la successiva verifica, la lunetta è pronta per essere montata.

Per garantire una tenuta ottimale all’acqua (5 atmosfere), la carrure è realizzata in monoblocco con il fondello. Questo rende ogni lavorazione più lunga e difficile: ben più facile sarebbe stato lavorare da una parte la carrure, che è poi una sorta di grande anello, e dall’altra il fondello, che rimane sostanzialmente pur sempre un piccolo coperchio. Invece il monoblocco, dopo un iniziale passaggio sotto la pressa, necessita di ben 44 operazioni di tornitura, fresatura, eliminazione delle scabrosità, incisione. Tutto questo per preparare la cassa alla levigatura a mano. La sua finitura richiede ben 80 fasi diverse: dalla sabbiatura delle incisioni, al perlage, alla pulitura dell’interno della carrure con il feltro, alla lapidatura e levigatura delle smussature. Il fondello, il fianco, e le anse, sono satinati seguendo assi differenti e con diversi passaggi.

Per tornare al soprannome “Jumbo”, questo è rimasto legato alle versioni 39 mm con movimento extra-piatto, a partire dalla referenza 5402, e garantiva una netta distinzione dalle versioni da 36 mm che dominavano negli anni ’70 e ’80 il mercato. Attenzione: per tre decenni, gli unici modelli Royal Oak da 39 mm sono stati quelli con calendario perpetuo, semplicemente perché il calibro 2120/2800 presentava lo stesso movimento di base del modello originale del 1972: in questi casi, il diametro dell’orologio dipende da quello di il meccanismo che ospita.

Partiamo da una considerazione numerica: il 39 millimetri soprannominato “Jumbo”, nei sui primi venti anni di vita, dal 1972 al 1992, rimane in vendita senza nessuna variazione o aggiornamento. In realtà, osservando la totalità della produzione, scopriamo che solamente il 5% è stato venduto nell’ultimo decennio, mentre al suo fianco sono arrivati in vendita circa 20 nuove referenze, diverse in misura e funzionalità, con altrettante varianti.

Si sente quindi la necessità, con l’arrivo del Ventesimo Anniversario, di celebrare il capostipite 5402. Questo accade puntualmente nel 1992 quando viene presentata la referenza 14802, edizione Jubilee limitata a soli mille pezzi: 691 in acciaio, 286 in oro giallo ed a partire dal 1995, anche 20 in platino. A questa referenza appartengono alcuni dei “39” più amati e ricercati in assoluto. Stiamo parlando dei quadranti rosa salmone come di quelli con fondo martellato “Tuscany Blue”. Da notare anche il fondello con oblò in vetro zaffiro, con in vista il celebre calibro 2121 e la massa oscillante in oro.

A partire dal 1992 vengono anche realizzate diverse varianti su cassa 39 e movimento 2121. Partiamo dal 14811, che presenta sul quadrante una quercia reale modellata a sbalzo sull’oro. Si tratta di un pezzo unico, messo in vendita all’asta per sostenere l’allora neonata Audemars Piguet Foundation. Questo decoro del quadrante, a dire il vero particolarmente bello e riuscito, tornerà a mostrarsi anche nel 1995 sulla referenza 15075, poi nel Duemila con i celebrativi referenza12517 e 12530. Tornano anche le versioni con movimento scheletrato visibile dal quadrante con le referenze 14789, 14793 mentre sulla referenza 14814 troviamo anche le lancette incastonate di gemme.

Le vendite del 14802 non furono così celeri come sarebbe stato lecito aspettarsi. Ci vollero ben quattro anni per esaurire i mille pezzi messi in produzione. In tutto questo tempo la Casa decise di bloccare la commercializzazione di quello che doveva essere il diretto discendente del 5402. Stiamo parlando del 15002, che vedrà quindi la luce solamente nel 1996. Si tratterà di un modello che, pur non avendo la specifica della serie limitata, verrà comunque venduto in pochissimi esemplari: basti pensare che del 14.000 orologi previsti da Audemars Piguet per quell’anno, i Jumbo erano solamente 70. La produzione totale non raggiunse quindi dei numeri così spettacolari: 174 pezzi in acciaio e 12 in oro giallo. Tecnicamente l’orologio è pressoché identico al capostipite: cassa monoblocco, quadrante Tapisserie, un bracciale rastremato con chiusura a pulsante.  Solo l’angolo della lunetta smussata è stato leggermente modificato per raggiungere i 45 gradi, rispetto ai 40 gradi dei modelli 5402, 14802 e dei futuri 15202. Sul quadrante lievitano le proporzioni si del monogramma AP alle ore 12, sia della scritta Audemars Piguet.

Nel 1973 il distributore giapponese Desco inizia a comuinicare il Royal Oak. Da notare la dicitura "Jumbo Size" ad evidenziare la misura grande della cassa in acciaio.

Il nome Jumbo

Il Royal Oak del 1972 e i suoi discendenti ultrasottili da 39 mm sono spesso soprannominati “Jumbo” a causa di quello che all’epoca era considerato il loro diametro fuori misura. 

Negli anni ’70, la dimensione media degli orologi da uomo era di circa 35-36 mm, anche se la tendenza degli orologi sportivi, in particolare dei modelli subacquei, tendeva a imporre misure più generose. Con i suoi 39 mm, il Royal Oak 5402 è stato il primo Audemars Piguet prodotto in serie e appartenente alla categoria oversize. A differenza di altri orologi di diametro simile, presentava una cassa molto sottile (con uno spessore totale di circa 7,15 mm). È stato il contrasto tra questa estrema sottigliezza e il suo generoso diametro a renderlo l’orologio sport-chic per eccellenza. Il suo calibro 2121 era allora il movimento a carica automatica più sottile al mondo con indicazione della data (3,05 mm).

Sebbene sia probabile che Gérald Genta volesse conferire al Royal Oak un diametro imponente, le sue testimonianze successive non menzionano questo desiderio. Era il diametro relativamente grande del movimento (28 mm), unito all’insolita costruzione della cassa, a imporre tali misure. In pratica le otto viti esagonali che partono dalla lunetta per arrivare fino al fondello, attraversano tutta la cassa in quanto sarebbe stato tecnicamente impossibile farle passare attraverso il movimento meccanico… questo spiega perché gli orologiai le collocarono esterne a quest’ultimo: di conseguenza, la dimensione è nata dalla funzione.

Il soprannome “Jumbo” arriverà solamente negli anni ’90, prima ad opera di un distributore che così lo differenziava genericamente dagli altri modelli, poi grazie ai collezionisti che iniziarono a riconoscerlo con questo soprannome. Il resto è storia.

La maturità

Dalla seconda metà degli anni ’70, il Royal Oak si evolve da modello singolo a collezione completa. In risposta alla crescente domanda del mercato, Audemars Piguet introdusse delle versioni più piccole, ampliando l’offerta per soddisfare una clientela sempre più varia e sofisticata. Ad esempio, il referenza 8638 da donna, disegnato da Jacqueline Dimier nel 1976, misurava appena 29 mm di diametro. Dal 1980 sono seguiti numerosi altri modelli femminili con un diametro di 30 mm (ref. 6008, 4587, 14470, ecc.) e addirittura 26 mm (ref. 6010, 6012, 6007, ecc.). Questa miniaturizzazione ha raggiunto i suoi limiti nel 1997 con la famiglia Mini Royal Oak, dal diametro di 20 mm (ref. 67075, 67076, 67287, ecc.), creata appositamente per il mercato giapponese.

Anche i modelli maschili si stavano restringendo. Introdotto nel 1977, il Royal Oak 4100 misurava 35 mm di diametro e stabiliva un nuovo standard. Per sei anni tutti i nuovi modelli meccanici da uomo (4120, 4153, 4331) presentavano questo diametro, così come alcuni modelli al quarzo (6023, 6036, 6037, ecc.). A partire dal 1983 la cassa da 35 mm ha continuato ad apparire solo in alcuni rari modelli (ref. 14544 nel 1987; ref. 14486, 14567, 14575, 14674 nel 1990), mentre il nuovo standard da 36 mm ha prevalso per ben due decenni.

Il Royal Oak non era più sovradimensionato o esclusivamente in acciaio, ma era disponibile anche in oro, nelle versioni con le pietre preziose. Dotato del calibro 2125, il modello 4332 introdotto nel 1983 annunciava i Royal Oak da 36 mm. Nello stesso anno la gamma si arricchisce di funzioni di calendario (Day Date, 5572, 5581, 5584; fasi lunari 5658, 5595). Questo è stato seguito da modelli solotempo, tra cui il ref. 14498 (1986), il ref. 14700 (1990) e i suoi derivati 14701, 14702 e 14704 commercializzati due anni dopo. L’anno 1992 ha visto la nascita del Ref. 14790, che è rimasto il modello centrale della collezione Royal Oak per oltre un decennio.

Questa evoluzione spiega perché il termine “Jumbo” è rimasto associato al modello originale 5402. Probabilmente, questo soprannome si è affermato negli anni ’80 e ’90 per distinguere il primo Royal Oak dai modelli da 36 mm che dominavano il mercato. Per tre decenni, gli unici modelli Royal Oak da 39 mm sono stati quelli con calendario perpetuo, poiché il calibro 2120/2800 utilizzava lo stesso movimento di base del modello originale del 1972. In questi casi, il diametro dell’orologio era determinato dal meccanismo che ospitava.

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