Il potere al polso: dieci anni di Rolex da Phillips, tra storia e potere

Da Nasser a Qaboos, la “Decade One” di Phillips racconta il tempo del potere attraverso tre Rolex che hanno attraversato palazzi reali, ministeri e deserti. Una decade in cui l’orologio è diventato linguaggio politico, oggetto di diplomazia e, per chi lo osserva, chiave di lettura della storia.

La decade del potere

A Ginevra, all’Hôtel Président, dove l’aria profuma di legno lucidato e di storia, Phillips in Association with Bacs & Russo celebra la sua prima decade con un’asta che non è solo una ricorrenza, ma una riflessione sul tempo: Decade One (2015–2025).
Dieci anni che hanno ridefinito il linguaggio del collezionismo orologiero, in un’epoca in cui gli orologi non si comprano soltanto per essere indossati, ma per essere raccontati.

La maison guidata da Aurel Bacs ha trasformato le aste in un teatro di storie: da Paul Newman e il suo Daytona a pezzi provenienti da dinastie mediorientali, da residenze presidenziali, da vite che hanno inciso la Storia. Il successo di Phillips non nasce solo dai record – pur impressionanti – ma dal modo in cui ha restituito all’orologio la sua dimensione culturale.

“Il potere al polso” non è uno slogan, ma una metafora precisa. È la sintesi di un decennio in cui il tempo, inteso come memoria, diplomazia e prestigio, ha trovato nel quadrante la sua espressione più autentica.

Quando la storia si indossa

In certi casi, il tempo non si misura: si porta.
Un orologio può raccontare più di un trattato, e la sua presenza al polso di un leader può diventare dichiarazione, simbolo, persino strumento politico.

Nella seconda metà del Novecento, il nome Rolex divenne parte del linguaggio del potere. Dai vertici della Casa Reale inglese ai palazzi di Riyadh e del Cairo, i modelli con la corona furono scelti, donati e scambiati come segni di fiducia e riconoscimento. Non era solo una questione di lusso, ma di linguaggio diplomatico: un dono di Stato, consegnato a un capo di governo, aveva il peso di una alleanza.

Non è un caso che, per decenni, Rolex abbia firmato la propria comunicazione con una frase che oggi suona come una chiave di lettura di quest’asta:

“Men Who Guide the Destinies of the World Wear Rolex Watches.”

Dietro ogni orologio proveniente da una figura storica c’è una narrazione più ampia: quella di un’epoca, dei suoi codici di potere, della sua estetica. In questa asta, tre lotti raccontano questo intreccio con chiarezza quasi letteraria: un Day-Date appartenuto a Gamal Abdel Nasser, un Daytona e un “Rainbow” ordinati dal Sultano Qaboos bin Said dell’Oman. Tre variazioni sul tema del potere.

Il Rolex di Nasser: il tempo del leader

Il primo è un Day-Date Ref. 6511 in oro rosa, risalente al 1956. Non un orologio qualsiasi: porta un’incisione in arabo, una dedica personale di Sheikh Fahd Al Salem Al Sabah, membro della famiglia regnante del Kuwait, al presidente egiziano Gamal Abdel Nasser.
La dedica trasforma il segnatempo in documento politico, testimonianza di un momento storico in cui il Medio Oriente ridefiniva i propri equilibri e Nasser si imponeva come figura centrale della nuova geopolitica araba.

Il Day-Date, il cosiddetto “orologio dei presidenti”, assume qui il suo significato più letterale. Rolex lo aveva lanciato un anno prima come simbolo di autorevolezza: un calendario completo al polso, con il giorno della settimana scritto per esteso, come a voler rendere visibile l’ordine del tempo di chi governa.

Secondo la documentazione raccolta da Phillips, Nasser indossò quell’orologio per anni, prima di donarlo a Salah Dessouki, politico e schermidore olimpico, figura altrettanto emblematica dell’Egitto modernista. Rimasto per decenni nella stessa famiglia, arriva oggi all’asta come testimone di un’epoca in cui il tempo era anche ideologia.

C’è un paradosso affascinante in questa vicenda: un oggetto simbolo dell’Occidente capitalista diventa emblema del nazionalismo egiziano. È il potere che si veste d’orologio, ma anche l’orologio che si carica di storia.

Sultani e cronografi: l’oro dell’Oman

Il secondo e il terzo lotto appartengono invece a una dinastia diversa, quella del Sultanato dell’Oman.
Negli anni Ottanta, il Sultano Qaboos bin Said, figura di rara intelligenza politica e sensibilità estetica, commissionò a Rolex una serie di orologi con l’emblema nazionale – il khanjar, il pugnale tradizionale omanita – inciso sul fondello.

Il khanjar è più di un simbolo: rappresenta l’autorità e l’identità del Paese. Applicarlo su un Rolex significava unire potere e modernità, regalando alle proprie relazioni diplomatiche un oggetto di prestigio immediatamente riconoscibile.

Tra i pezzi oggi all’asta, spiccano due creazioni di eccezionale valore storico e tecnico. Il primo è un Day-Date Ref. 18059 “Rainbow”, probabilmente unico, con il khanjar rosso e una lunetta di zaffiri sfumati: una delle prime “rainbow” mai realizzate. La gemmatura, perfettamente graduata, anticipa di decenni i Daytona e i Day-Date multicolore amati dai collezionisti di oggi. Solo tre esemplari di questo tipo sono conosciuti, ma l’unico con bracciale Jubilee incastonato di diamanti è quello ora proposto da Phillips.

Il secondo è un Cosmograph Daytona Ref. 6269, cronografo di rara opulenza, con lunetta di diamanti, quadrante pavé e indici di zaffiri. Anche questo reca il khanjar rosso di Qaboos, un dettaglio che ne definisce l’unicità. Secondo gli archivi, ne esistono appena due con questa variante cromatica.

L’Oman di Qaboos utilizzò l’orologio come strumento di rappresentanza e dono sovrano. Era il tempo dei gesti lenti e dei simboli codificati, in cui un orologio poteva valere più di un sigillo diplomatico.

Oggi, questi due segnatempo riportano in superficie un’estetica del potere che unisce gioielleria e politica, gemme e geopolitica. A guardarli, non si legge soltanto l’ora: si legge una storia.

Un decennio da record

Phillips, negli ultimi dieci anni, ha saputo costruire una nuova grammatica del collezionismo. Non solo attraverso i risultati economici – basti pensare ai 212 milioni di dollari di vendite nel 2024 o ai 17,7 milioni per il Daytona di Paul Newman – ma soprattutto grazie a una narrazione diversa.
Aurel Bacs e il suo team hanno riportato l’asta nel territorio della cultura materiale: ogni orologio è raccontato come un frammento di storia, ogni provenienza è analizzata come se fosse una biografia.

In un mondo saturo di oggetti e immagini, Phillips ha riscoperto il valore della provenienza come forma di autenticità. Non basta la rarità tecnica o la perfezione estetica: serve una vita dietro l’orologio. È questa idea che rende la “Decade One” un evento simbolico, non solo celebrativo.

L’asta attraversa dieci anni in cui il concetto stesso di lusso si è trasformato: da esibizione a racconto, da possesso a memoria condivisa. Gli orologi di Nasser e di Qaboos non sono reliquie, ma archivi di un mondo in cui il tempo era potere, e il potere sapeva ancora vestirsi di eleganza.

Nel salone di Ginevra, quando il martelletto batterà per l’ultima volta, non si misurerà soltanto il valore economico di tre Rolex straordinari, ma la fine di una decade che ha cambiato la percezione dell’orologeria.
Il tempo, qui, non si ferma mai. Ma a volte, per un istante, si lascia osservare.

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