Come sono cambiati i ruoli nel mondo del secondo polso e non solo?

Per chi da qualche decennio, vive il mondo delle lancette, impossibile non ricordare quali erano un tempo i ruoli di chi vendeva orologi: da una parte c’erano i concessionari ufficiali, che commerciavano esclusivamente “il nuovo”; dall’altra i mercanti, con i loro negozi, che trattavano la modellistica d’epoca. Questa situazione ha retto all’incirca fino all’inizio degli anni ’90. 

Poi che cosa è accaduto?

In quel momento, ma in realtà già dalla fine del decennio precedente, ci si è finalmente resi conto che quello dell’orologeria non era un fenomeno passeggero, una moda da yuppies oppure da attempati collezionisti. No. L’orologeria era un mercato serio e in continuo allargamento, con il vintage che dettava legge dal punto di vista della legittimità, ma soprattutto che alzava a dismisura il valore intrinseco di queste piccole macchine del tempo.

Si è arrivati quindi ad un ragionamento che ha segnato la svolta epocale: se un modello da collezione può arrivare a costare decine, alle volte anche centinaia di milioni di lire (quelle c’erano all’epoca), anche i pezzi in regolare produzione devono avere un costo adeguato. È iniziata così una lenta ma continua scalata, che ha visto i prezzi della modellistica nuova lievitare in maniera costante e spesso esponenziale. Per fare un esempio, il più celebre dei subacquei all’inizio degli anni ’90 si acquistava nuovo a poco più di tre milioni di lire, mentre un impiegato guadagnava mediamente poco più di un milione e mezzo al mese. Oggi per il modello omologo non bastano 10.000 euro, mentre lo stesso impiegato guadagna mediamente 1.500 euro al mese… 

Tutto questo ci serve per inquadrare bene l’argomento: gli orologi contano, costano, negli ultimi trent’anni hanno mantenuto e spesso aumentato il loro valore, sono quindi un mercato interessante in assoluto.

La distribuzione, nel frattempo, è cambiata e anche di tanto. Con l’aumentare del valore dei pezzi, con la richiesta che sopravanzava di gran lunga l’offerta, si sono affacciati sul mercato, accanto agli storici concessionari e mercanti, anche i cosiddetti “parallelisti”, ovvero coloro i quali rivendevano i pezzi nuovi al di fuori della distribuzione ufficiale utilizzando quello che a livello internazionale viene definito Gray Market. Siamo all’incirca alla fine degli anni ’90 e la confusione è la più totale… 

Da una parte, infatti, si demonizzano i parallelisti, considerati come coloro i quali si approfittano della situazione, dimenticando però un dato fondamentale: gli orologi che vendono, arrivano “tutti” per forza dalla distribuzione ufficiale, quindi dai concessionari oppure, in alcuni casi limite come in Giappone, direttamente dai produttori, che all’inizio del nuovo millennio decisero di servire direttamente i negozi che vendevano al di fuori della rete.

Come se tutto questo non bastasse, la storia ci insegna che le vendite in parallelo non si muovono solamente in una direzione. Ad esempio, il mercato Europeo ha acquistato negli anni ’90 tanti pezzi provenienti dal resto del mondo. Dopo il cambio di millennio sono stati gli europei ad andare a vendere nel resto del mondo: Cina, sud-est asiatico e paesi arabi. Quindi chi tuonava contro il parallelo, si è trovato nella felice situazione di vendere a sua volta verso altri mercati, traendone anche lauti guadagni.

Si manteneva però, in maniera a dir poco singolare, il confine tra nuovo e vintage: il primo era realizzato dalle Case e venduto nei concessionari ufficiali; il secondo arrivava da collezionisti e appassionati, ed era appannaggio esclusivamente dei rivenditori, in alcuni casi sempre più qualificati e competenti.

In tutto ciò si è poi inserito lo tsunami della speculazione, i prezzi alle stelle a partire dal 2020, le liste d’attesa, le sopravvalutazioni. Una bolla scoppiata alla fine del 2022, che ha riportato la visione generale sotto binari corretti, con il nuovo che vale quello che costa a listino e con l’epoca di livello che cresce in maniera costante e alle volte virtuosa.

Cos’è cambiato veramente oggi? Questo è il punto vero della discussione: è crollato il confine tra chi vende il nuovo e chi si occupa del vintage. Le case orologiere hanno compreso che quello del “secondo polso” è ormai un mercato con dei numeri sempre più vicini a quello del nuovo, con delle fortissime possibilità di sviluppo in un futuro neanche troppo lontano. 

Attenzione, non ci dimentichiamo che nel frattempo alcuni produttori avevano investito somme a dir poco faraoniche per acquisire siti di vendita online, per poi trovarsi con un pugno di mosche in mano perché il mondo del lusso non è ancora pronto (e forse non lo sarà mai) per l’acquisto sul web: vuole l’emozione, il contatto, la trattativa, ma soprattutto il rituale dell’acquisto.

Tutto questo a cosa ha portato? Ad una soluzione geniale: i produttori, in maniere diverse tra di loro, hanno iniziato ad entrare in prima persona nel mondo del secondo polso. Di conseguenza, gli orologi d’epoca sono passati da pezzi naif scelti da coraggiosi appassionati, a forme concrete di acquisto e fonti di budget da mettere nel computo dei ricavi a fine anno. Si è rotta la barriera tra vecchio e nuovo, mettendo tutto sotto lo stesso cappello. 

Il cambiamento è stato solamente dei produttori? A primo impatto sembrerebbe così, nella realtà il cambiamento ha coinvolto e coinvolgerà anche la distribuzione. I concessionari ufficiali, ma anche le boutique monomarca sempre più onnipresenti, iniziano ad offrire in maniera “ufficialie” dei pezzi di secondo polso e d’epoca, tutto questo con l’imprimatur o direttamente sotto l’egida delle stesse Case produttrici. Viene così a mancare qualsiasi tipo di retorica, a dire il vero datata e antistorica, che contrapponeva i buoni da una parte, ovvero i concessionari ufficiali, contro i cattivi, gli antiquari e i mercanti, dall’altra.

Oggi, che piaccia oppure no, sono tutti allo stesso livello, tutti navigano nello stesso mare e prendono le stesse onde e lo stesso vento. Quindi, se il secondo polso è argomento di vendita legittimato in un concessionario ufficiale, lo sarà anche in un negozio specializzato non concessionario. Mentre la quotazione dei modelli d’epoca, avrà valore sia che venga dal concessionario che dall’antiquario, visto che ambedue utilizzano le stesse fonti d’informazione e anzi spesso i secondi sono interpellati proprio dalle Case per dare il giusto valore ai pezzi più importanti. 

Inoltre, da non dimenticare, che sono proprio le quotazioni storicamente codificate da antiquari e case d’asta ad essere utilizzate dai produttori per valutare i loro pezzi messi in vendita. Di conseguenza, difficile pensare che un antiquario possa andare bene quando sia espressione del mercato e del suo valore e non quando deve garantire il pezzo in vendita… sarebbe quantomeno singolare, se non addirittura antistorico.

Un adagio che accompagnava i ragazzi appena maggiorenni quando andavano a fare le visite mediche propedeutiche al servizio militare, recitava all’incirca così: «Se sei buono per il re, sei buono anche per la regina.» Se lo spostiamo nel mondo delle lancette, possiamo dire che «Se il mercato del vintage è stato creato, strutturato, solidificato e legittimato dai mercanti internazionali più forti, è abbastanza naturale che gli stessi ne siano oggi dei partecipanti naturali e assolutamente indispensabili

Chi vince in tutto ciò?  

La buona notizia è che a vincere sarà il collezionista storico, l’appassionato, il cultore che si avvicina con curiosità e voglia di scoprire. A loro il mercato odierno sta dicendo, neanche troppo velatamente, che l’orologio è un bene prezioso, che il suo valore continua anche dopo venduto e che in alcuni casi può gratificare – anche tanto – l’acquirente che sceglie con lungimiranza. 

La buona notizia è che ai “mercanti” storici è stato riconosciuto il valore del loro lavoro e delle loro quotazioni, mentre i negozi ufficiali aumentano il loro giro di clientela nel momento stesso nel quale legittimano ufficialmente il mondo del vintage.

A questo punto non possiamo che osservare come si stia dando vita ad un vero e proprio “rinascimento” della bella orologeria, teso a mantenerne e consolidarne il valore, mettendo al centro la soddisfazione del cliente e la qualità del servizio offerto. A vincere saranno da una parte i grandi produttori, che proteggeranno e potenzieranno il loro ruolo imprenditoriale, dall’altra i mercanti di alto livello, il cui ruolo continuerà ad essere quello di guida del mercato e di advisor delle nuove tendenze.

Di una cosa siamo certo, ci sarà davvero tanto da divertirsi.

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