Aurel Bacs: «Io, i miei orologi e la fine dell’innocenza del collezionismo»

C’è un momento, all’inizio di questa conversazione, in cui tutto si ferma sul nome di una donna che non si vede mai: Livia Russo. È lei, partner e colonna invisibile del duo Bacs & Russo, la presenza discreta che muove il dietro le quinte dell’orologeria mondiale. Aurel Bacs la evoca con riconoscenza e un sorriso, nel salotto romano di Giovanni Bonanno, dove il tono della chiacchierata con Paolo Gobbi è quello di un incontro tra amici che condividono lo stesso codice — il tempo, declinato come passione, mestiere e responsabilità.

L’intervista scorre come un racconto di formazione. Tutto inizia nel 1982, tra le figurine Panini dei Mondiali di Spagna e il primo Tissot comprato con i risparmi di un ragazzino svizzero. Da quel momento, la curiosità diventa mestiere e poi visione: Aurel Bacs cresce fino a diventare una delle voci più autorevoli del collezionismo, il battitore che ha cambiato le regole del gioco, il promotore di aste tematiche entrate nella storia — dai “Lesson One” dedicati ai Daytona fino alle rassegne sui Day-Date e sugli indipendenti.

Ma al di là dei record e delle cifre, Bacs parla di emozione, di gioco e di piacere. Rifiuta il feticismo del dettaglio tecnico (“oggi pesano i fondelli al grammo”) e difende l’idea che la vera garanzia di un orologio resti chi lo vende, non il numero inciso sulla cassa. Parla dei giovani che si avvicinano all’orologeria grazie ai social, dei grandi marchi che entrano nel vintage con i programmi CPO, dei restauri “troppo perfetti” e della fragilità del gusto contemporaneo.

Nel suo racconto, l’orologio non è mai solo un oggetto. È una lente per guardare il tempo, e forse anche un modo per riconciliarsi con esso.

Paolo Gobbi: Buongiorno Aurel, buongiorno Giovanni. Siamo nel salotto di Casa Bonanno, che oggi accoglie in realtà un gruppo di amici, perché ci conosciamo tutti da qualche decennio e c’è un rapporto che va ben oltre quello del lavoro, penso. È una vera e propria amicizia tra Giovanni, Aurel e me. Senti, ma proprio in questo salotto manca una persona: Livia. Livia Russo, che compare ovunque e non si fa mai vedere. Ce la racconti un attimo: cos’è Livia Russo per Aurella?

Aurel Bacs: Innanzitutto penso che questa domanda bisognerebbe farla a Livia. Io ho provato a intervistarla decine di volte, ma non è una cosa semplice. Credo che in una squadra – prendiamo una squadra di un ristorante: uno lavora in cucina, uno fa il servizio, uno fa la contabilità, uno va al mercato alle 4 di mattina a cercare il pesce fresco. In una squadra di calcio è uguale: non puoi essere contemporaneamente dietro, avanti, a destra e a sinistra. Naturalmente ci siamo divisi, senza contratto e senza fare un elenco, le responsabilità: ognuno deve fare quello dove si sente bene, dove è bravo, dove ha un talento.

Mi dispiace che Livia qui non ci sia, ma credo che non si sentirebbe nel suo posto a fare interviste davanti a una telecamera. Non è da prima fila. Però in realtà, mentre noi tre facciamo il nostro piccolo lavoro, lei decide dietro tutto.

Paolo Gobbi: Senti, ma com’è iniziata la storia di Aurel nel mondo dell’orologeria? Raccontaci, perché abbiamo scoperto che ognuno inizia in una maniera diversa ed è sempre interessante.

Aurel Bacs: Provo a non farlo troppo lungo, ma penso che tutto sia iniziato nel 1982, quando c’erano i Mondiali in Spagna. Ve lo ricordate? L’Italia vinse. Io avevo 11 anni e mezzo, forse in quell’estate lì. Con i pochi risparmi che avevo, come tutti i ragazzi a scuola, siamo andati a comprare i calciatori della Panini per riempire l’album.

Un giorno i miei genitori mi dissero: “Ma perché non hai più soldi per un gelato, per qualcosa?” E mio padre mi spiegò l’economia del concetto: non stampano 100.000 figurine di ogni calciatore perché vogliono che tu ricompri e cerchi. Io ricordo che avevamo i doppioni, legati con l’elastico, e facevamo scambi: “Ti do questi cinque per quello”. Era già quasi come il collezionismo di oggi: ti do due Nautilus per un Rainbow… e magari devo aggiungere anche l’acqua!

Allora avevo bisogno di guadagnare due lire, e facevo tutti i lavori in casa per un franco, due franchi, cinque franchi. Poi vidi una cosa che faceva mio padre, che era sempre un appassionato di orologeria meccanica. Negli anni ’70 e inizio ’80 c’erano solo ultrapiatti elettronici, quarzi, eccetera. Lui cercava ovunque orologi meccanici: piccole aste, mercatini. Non parliamo di 2499, ma di cose carine: un Memovox, uno Zenith Primero, che si compravano per 100, 200, 300 franchi.

Un giorno, direi il primo incontro che ho avuto con quello che si chiama capitalismo, fu quando mio padre, davanti a me, comprò un orologio per 150 franchi. Era contentissimo, un Omega Speedmaster. Ogni sabato mattina c’era un caffè vicino al mercatino dove gli appassionati si incontravano per scambiarsi. Ricordiamoci: niente cellulare, niente blog, niente Internet, era Zurigo, inizio anni ’80.

Un amico vide l’orologio e disse a mio padre: “Che bello questo, lo cercavo anch’io, ti do 250”. Io rimasi colpito: pensai che per guadagnare quella cifra avrei dovuto passare venti pomeriggi a tagliare l’erba dal nonno per 5 franchi. Mio padre non lo vendette. Disse solo: “No, grazie”. L’altro rilanciò: “Ti do 280”. Solo dicendo di no aveva aggiunto 30 franchi di valore! Io pensai: “Ma come funziona questa cosa?”.

Da allora, invece di comprare figurine, seguii mio padre a cercare orologi. Comprai un Tissot al mercatino per 15 franchi, lo misi al polso e il sabato dopo, al caffè, qualcuno mi offrì 25 franchi. Io dissi: “Non è in vendita”. Offrirono 28: fu la mia prima asta “dal vivo”. Vendetti, e con quei 28 franchi comprai altro. Così imparai: mai comprare un orologio senza guardare cosa c’è dentro, attenzione ai quadranti ristampati… È stato l’inizio di un lungo viaggio. Oggi credo siano 42-43 anni che vivo e amo questo mondo.

Paolo Gobbi: Tu hai detto che le figurine erano un gioco. E lo stesso vale per l’orologeria. Oggi quanto c’è di gioco nel collezionare orologi? Quanto è divertimento e quanto invece parte economica, investimento, la parte più seria? Si gioca ancora con l’orologeria?

Aurel Bacs: Ottima domanda. All’epoca c’erano due o tre commercianti importanti a Zurigo, a livello mondiale. Ricordo Harald Cadby, che aveva in vetrina un Patek 2499 personalizzato Beyer a 28.000 franchi. All’epoca era già tanto, ma certo non i 2,8 milioni di oggi.

In un certo senso mi manca l’innocenza di allora, dove nessuno ti criticava per un dettaglio minuscolo o una lucidatura. Oggi qualcuno ti chiede il peso al centesimo del grammo del fondello per capire se è stato lucidato. Ma dov’è il piacere? Io ce l’ho ancora, e credo che chi compra un orologio dovrebbe farlo prima di tutto per piacere. Certo, capisco che se spendi centinaia di migliaia o milioni devi riflettere. Ma per me conta la persona che ti vende l’orologio, che è la tua vera garanzia. Se ci fosse più fiducia, torneremmo a quella leggerezza di un tempo.

Paolo Gobbi: Sei consapevole di avere influenzato tante generazioni di collezionisti?

Aurel Bacs: È difficile quantificare se stessi da fuori. Sicuramente, quando la CNN ti dedica mezz’ora per un Paul Newman, qualcosa hai contribuito. Certo.

Paolo Gobbi: Però oggi la tendenza delle case d’asta è anche sugli indipendenti. E sei stato tu il primo a metterli sul mercato delle aste.

Aurel Bacs: È stato da Phillips che si è promosso quel campo, ma vorrei dare un riconoscimento ad Alex Ghotbi. È lui che ha scoperto quel mondo, l’ha sviluppato, portato da Phillips, mi ha educato su nomi che dieci anni fa non sapevo nemmeno scrivere. Io sono solo uno studente di Alex.

Paolo Gobbi: L’orologeria indipendente ti deve qualcosa?

Aurel Bacs: Credo che gli indipendenti chiudano un buco: uniscono lo storytelling e la rarità del vintage con la perfezione del contemporaneo. Hanno la manualità artigianale e la rarità, ma anche la precisione e l’affidabilità moderne. Noi da Phillips abbiamo fatto esposizioni dedicate agli indipendenti solo per condividere, non per guadagnare.

Paolo Gobbi: Siamo a Roma, la città dei Daytona. Cosa ne pensa oggi Phillips dei Daytona?

Aurel Bacs: Io non ho mai cambiato opinione. Ho organizzato due aste tematiche, “Lesson One” e “Lesson Two”. Il Daytona non è solo un orologio: è come una Porsche 911, è un’opera d’arte. Ho comprato il mio primo Daytona 6263 nell’87 per 1000 franchi, una cifra assurda per me allora. È un simbolo che sopravviverà a tutti noi.

Paolo Gobbi: Com’è nata l’idea di un’asta monotematica come “Lesson One”?

Aurel Bacs: L’idea non è mia, ma di Osvaldo Patrizzi negli anni ’80. L’asta tematica ha tanti ruoli: è didattica, è una referenza che rimane anche decenni dopo, e convince certi collezionisti a cedere pezzi unici. Noi con “Day-Date Glamorous Icons” abbiamo dimostrato il valore nascosto di quel modello.

Paolo Gobbi: Quanto pesa oggi la narrazione nelle aste?

Aurel Bacs: Tantissimo. Perché, se vuoi solo leggere l’ora, un cellulare lo fa meglio. Collezionare orologi è irrazionale come collezionare arte. Senza narrazione non ha senso. La responsabilità nostra è trasmettere storie vere, non inventate, e comunicare la gioia.

Paolo Gobbi: Cosa pensi delle maison che entrano nel vintage con i loro programmi CPO?

Aurel Bacs: All’inizio l’usato era un insulto. Oggi i brand riconoscono che un orologio pre-owned ha un senso come un Picasso passato di mano. È un bene. Però non amo i restauri aggressivi: è giusto mantenere la funzionalità, ma sostituire quadranti, lancette e pulsanti è un peccato. Comunque ogni collezionista sceglie il suo ristorante.

Paolo Gobbi: Avete mai dovuto togliere un orologio da un’asta per motivi particolari?

Aurel Bacs: Succede, certo. Noi abbiamo un orologiaio interno che smonta ogni pezzo per controllare. Scopriamo dettagli sotto i quadranti, segni di umidità, punzoni, numeri. Facciamo un lavoro maniacale, con foto a disposizione dei clienti e verifiche sugli archivi. È come costruire la blockchain di un orologio.

Paolo Gobbi: Dopo il Covid la sala è cambiata. Meno gente fisicamente, più online?

Aurel Bacs: È vero, ma a maggio avevamo ancora 400 persone in sala e 2000 clienti attivi. Tanti sono al telefono o online perché è più comodo. Ma io sono felice di chiunque partecipi: fa parte della comunità.

Paolo Gobbi: Giovanni mi raccontava che ci sono sempre più giovani interessati agli orologi.

Aurel Bacs: Sì, riceviamo richieste incredibili di stage da ragazzi di 18-20 anni. Spesso la passione nasce dai social. Oggi un orologio è più di una Ferrari: è il biglietto da visita personale. Nel mondo digitale, la meccanica affascina ancora tantissimo. È un oggetto intimo, culturale, che va oltre la funzione.

Giovanni Bonanno: Una domanda: il mercato dell’orologeria in asta può arrivare ai livelli delle grandi opere d’arte, gioielli o auto da collezione?

Aurel Bacs: Assolutamente sì. Negli anni ’90 dissi che un giorno un orologio sarebbe arrivato a 10, 20, 30 milioni. Oggi abbiamo già raggiunto quei traguardi. Arriveremo a 50 milioni, ne sono convinto.

Paolo Gobbi: Ti viene mai voglia di mollare tutto?

Aurel Bacs: Certo, tutti i giorni. Dopo 100 viaggi a Hong Kong e migliaia di orologi battuti capita di pensarlo. Ma basta che qualcuno mi mostri un pezzo mai visto, mai lucidato, e torno a innamorarmi. Mi diverto ancora tantissimo con la squadra di Phillips e con i collezionisti. Non mi vedo su un divano con un libro e una pipa.

Paolo Gobbi: Perfetto. Grazie del tuo tempo, Aurel. Ci rivedremo in asta, a Ginevra.

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