Cronografi, complicazioni e la raffinata estetica di un marchio storico spesso in secondo piano: la passione di Luca Mignini per gli orologi Universal Genève inizia dall’amore per il dettaglio e dalla curiosità che lo ha spinto a esplorare mercati lontani, come quello giapponese, e ad approfondire ogni aspetto della manifattura orologiera.
La ricerca instancabile del pezzo raro, l’importanza di documentare i restauri, il confronto continuo con altri appassionati: sono questi gli elementi che alimentano la sua collezione e il suo desiderio di sistematizzare e condividere le conoscenze su questa Maison.
Solo in un secondo momento emerge l’altro volto di Luca: un percorso professionale di altissimo profilo, che l’ha visto protagonista in multinazionali del largo consumo e oggi professore all’Università Bocconi.
Intervista di Paolo Gobbi
Come nasce la passione per Universal Genève?
«Ho seguito un percorso un po’ particolare. Inizialmente collezionavo Rolex classici, come il Daytona, un po’ come tanti appassionati. Tuttavia, i cronografi mi hanno sempre affascinato più di ogni altra tipologia di orologio. Se ami i cronografi, inevitabilmente guardi anche ai complicati di Patek Philippe, che rappresentano un’eccellenza.
Parallelamente, però, mi sono avvicinato a Universal Genève in modo graduale. Ho vissuto molto all’estero, per cinque anni sono stato in Asia e spesso andavo in Giappone. Lì ci sono diversi dealer che trattano Universal Genève: ho iniziato a scoprirlo in quel contesto, una decina di anni fa, anche se non avevo ancora trovato il “pezzo” che mi colpisse davvero. Poi, tornando in Italia e conoscendo vari commercianti e collezionisti, ho avuto modo di vedere modelli Universal Genève eccezionali. È stata una vera rivelazione.»
Cosa ti affascina di questa Maison?
«Universal non è solo un assemblatore. È stata una vera e propria Maison, capace di creare orologi “a tutto tondo”. Penso che gli anni ‘30 e ‘40 siano stati tra i più interessanti per l’orologeria in generale e in quel periodo Universal Genève se la giocava con marchi molto prestigiosi. Basti pensare che lo stesso importatore che negli Stati Uniti distribuiva Patek, importava anche Universal Genève. La qualità era molto alta.
Mi affascina poi il mercato giapponese, molto simile a quello italiano: due realtà di collezionisti storicamente maniaci del dettaglio e dell’estetica. I giapponesi forse sono più attenti alla perfezione assoluta; l’italiano, invece, ha un occhio particolare per l’insieme, la bellezza e l’armonia generale dell’orologio, anche se vissuto.»
Parliamo del tema “restauro”: come lo vedi nel campo del vintage?
«Per me il restauro è potenzialmente il fattore più importante per far crescere ulteriormente il settore del vintage. Con la globalizzazione, i collezionisti sono ovunque, il numero cresce e non si può pensare di avere sempre un orologio “untouched” di 70-80 anni fa.
Bisogna, però, distinguere: ci sono quadranti che si possono restaurare correttamente (come spesso capita con i Patek dell’epoca, i cui quadranti prodotti da Stern potevano essere rifiniti, perché in oro o in argento, talvolta smaltati), e quadranti che vanno necessariamente ristampati, perdendo l’originalità. Dovrebbe esserci più trasparenza su questi interventi, con documenti e fotografie che attestino i lavori fatti. Nel mondo dell’automobilismo di lusso, per esempio, c’è un dossier di restauro per ogni vettura importante, e non si capisce perché negli orologi ci sia ancora tanta “ombra” su questi passaggi.
La mancanza di trasparenza è un danno per il mercato e soprattutto per chi colleziona vintage. Molti nuovi collezionisti, soprattutto in Asia, faticano a capire e ad accettare questa complessità e preferiscono il moderno.»
Ti consideri un collezionista più “scientifico” o più orientato al prestigio? Preferisci trovare il “cervo con le corna più grosse” o il tassello essenziale per completare una raccolta filologicamente corretta?
«Mi sento un collezionista ancora molto ignorante (in senso di “tanto da imparare”). Cerco di frequentare raduni e contesti dove incontro persone più preparate di me, vedo orologi straordinari, anche modelli che magari non mi piacciono. Capire perché qualcosa non mi piaccia è comunque formativo.
Nel mercato ci sono due fattori: il prezzo (domanda/offerta) e il valore, che per me si costruisce sulla base dello stato di cassa, del quadrante, della rarità, della conservazione e di altri parametri. Se prezzo e valore coincidono, allora nasce il mio interesse. Ci sono marchi in cui il prezzo è molto superiore al valore (per come lo intendo io), e in quei casi lascio perdere. Ad esempio, i Daytona vintage sono straordinari, ne ho avuti tanti, ma oggi non metterei più cifre troppo elevate su quei modelli. È una scelta personale, ovviamente.»
Nel tempo, alcuni pezzi che hai acquistato sono saliti di valore. Li rivendi?
«Il comprare viene sempre come ultimo step: ad esempio, c’è un modello che considero il mio “orologio per eccellenza”, che è il Patek Philippe 1518. Se mi dicessero: “Per ottenere un 1518 top devi vendere tutto il resto”, ci penserei seriamente.
Quando parliamo di Universal Genève, ho speso moltissime ore a studiare e cercare informazioni, discutere con esperti. È un marchio in cui si può imparare molto, ma esistono pochissime fonti complete e ufficiali. A parte il libro di Sala sui cronografi e quello sul Polerouter, si sa poco. In più, Universal ha prodotto un’incredibile varietà di casse e quadranti: dai 25 mm ai 55 mm, forme incredibili, scelte estetiche all’avanguardia per l’epoca. Personalmente colleziono solo cronografi e complicati – i Tri-Compax – ma è un mondo vastissimo.»
Pensi che la rinascita di Universal Genève – di cui si parla in questi ultimi tempi – aiuterà a diffondere la conoscenza del marchio?
«Me lo auguro. Senza una solida base storica e archivistica è difficile costruire uno storytelling efficace. Vengo dal mondo del largo consumo, dove marketing e comunicazione sono fondamentali. Se il nuovo gruppo che ha acquisito i diritti su Universal Genève lavorerà bene, sarà importante mettere a disposizione del pubblico materiale che illustri la storia, che offra dati e standard chiari. I collezionisti ne hanno bisogno.
Ci sono già professionisti, trader e appassionati che conoscono a fondo il marchio: da Max Bernardini ad Andrea Mattioli, da Giovanni Bonanno a Massimiliano Cocco… e poi collezionisti di lungo corso come Doctor Steel e tanti altri. Se si riuscisse a raccogliere e sistematizzare tutta questa conoscenza, si potrebbe raccontare davvero l’eredità di Universal Genève..
Da anni il marchio era rimasto “sommerso” dopo la gestione cinese, che ha prodotto qualche modello ma senza quella “vera” identità Universal. Una strategia di rilancio dovrebbe partire dall’heritage perché Universal, negli anni ‘30-‘50, era un nome di primo piano. L’innovazione tecnica non mancava (basti pensare al microrotore del Polerouter) e alcuni modelli – come Tri-Compax, Compax, Aero-Compax – hanno letteralmente segnato la storia dei cronografi.»
Qual è il tuo orologio del cuore?
«Il Colonial. È una cassa “tonneau” lanciata nel 1934, di un fascino incredibile. Secondo me, dopo il Patek 1518, è l’orologio più affascinante di sempre. Ho avuto la fortuna di acquistare quello pubblicato anche su Ferrowatch, con quadrante nero. È straordinariamente moderno anche se ha quasi 90 anni di storia. Questo la dice lunga sulla forza creativa di Universal Genève.»
Hai menzionato anche modelli come il Cairelli o il rattrapante militare…
«Sì, il Cairelli CP2 e persino lo “split-second” sono davvero stupendi, ma se parliamo solo di fascino personale, il Colonial resta inarrivabile. Ci sono orologi rari e costosissimi, ma non sempre quelli che personalmente mi emozionano di più.»
Spesso per trovare pezzi rari occorre viaggiare. Ti capita di partire appositamente per acquistare un determinato pezzo?
«Certo, è capitato. Mi piace l’Asia, quindi non nego che sia stato anche un buon pretesto per un viaggio in Giappone, dove ho concluso qualche affare interessante. Naturalmente deve esserci prima un minimo di trattativa a distanza, con foto dettagliate e confronto sul prezzo, per evitare di volare fin lì inutilmente. Ma l’ho fatto e lo rifarei.»
Ultima domanda: qual è il tuo “sogno nel cassetto”?
«Sul piano collezionistico puro, ho già realizzato un sogno con il 1518 di Patek Philippe. Quello più grande, relativo a Universal Genève, è un altro: mi piacerebbe radunare le menti più competenti, molto più di me, per creare un’opera di riferimento. Un libro, un sito, un archivio digitale dove raccogliere in modo sistematico tutto ciò che c’è da sapere su Universal. Dai brevetti alla storia dei vari modelli, dagli standard costruttivi alla grafica dei quadranti. In modo che i collezionisti possano avere una “roadmap” chiara su cosa cercare, come valutare, cosa considerare “corretto” o “originale”. Per me sarebbe un grande servizio verso una Maison che merita di essere conosciuta e apprezzata molto più di quanto non lo sia oggi.»
Grazie Luca, è stato un piacere ascoltare la tua storia e scoprire qualcosa in più sull’universo di Universal Genève.
«È sempre un piacere condividere questa passione!»
Chi è Luca Mignini?
Più di vent’anni in SC Johnson diventando Senior Vice President Europa, Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Ceo di Findus Italia, nel 2013 raggiunge Campbell’s, il leggendario marchio delle zuppe diventato icona della pop art, dove è stato President International con la responsabilità di tutti i business extra USA, President Global Biscuits and Snack ($3bn) e COO di Gruppo ($9bn) fino al 2019. Oggi Luca è professore in Bocconi nel Dipartimento di Management e Tecnologia.
Per scoprire la sua collezione, basta andare su Instagram: universalpeopleuniversaldreams