Alessandro Ciani è una figura chiave nel mondo dell’orologeria vintage, attivo sin dagli anni ’80. La sua passione, nata in un’epoca priva di risorse digitali, lo ha spinto a costruire una profonda conoscenza del settore, inizialmente accessibile solo attraverso libri e scambi limitati tra collezionisti.
Ciani ha avviato la sua carriera a Roma, per poi ampliarla a livello internazionale, stabilendosi anche a Los Angeles. La sua filosofia di selezionare pezzi di qualità impeccabile e valore unico lo ha reso un punto di riferimento per collezionisti e appassionati.
Figura di spicco nel panorama internazionale dell’orologeria vintage sin dalla fine degli anni ’80, Alessandro Ciani ancora oggi viene considerato una delle voci più autorevoli e per certi versi originali nel mondo del collezionismo di altissimo livello.
La sua passione per gli orologi è nata in un’epoca in cui l’accesso alle informazioni era limitato, privo delle risorse digitali odierne. Attraverso una dedizione instancabile allo studio e alla ricerca, Ciani ha costruito una reputazione solida tra collezionisti e professionisti del settore. Originario di Roma, ha esteso la sua influenza fino a Los Angeles, dove continua a operare, mantenendo un legame costante con l’Italia. La sua filosofia si basa sulla ricerca di pezzi di qualità eccezionale, ritenendo che la condizione impeccabile e l’unicità di un orologio ne determinino il vero valore.
Nel corso della sua carriera, ha ricoperto ruoli diversificati, tra cui esperto per case d’asta, consulente per investitori e autore di articoli specializzati. La sua esperienza e il suo approccio innovativo hanno contribuito a plasmare il mercato del collezionismo orologiero come lo conosciamo oggi. In questa intervista, Ciani riflette sul suo percorso professionale, sulle evoluzioni del settore e sulle sfide future per i dealer di orologi.
La prima intervista che ti ho fatto risale a trent’anni fa…
«Sicuro?»
Facevi le aste Affare Fatto alla Banca di Roma.
«1995… è vero, sono passati ventinove anni da allora.»
Chi è oggi Alessandro Ciani?
«Da giovanissimo mi sono appassionato al mondo degli orologi, in un momento dove era davvere difficile imparare, conoscere… non c’era internet e le uniche informazioni arrivavano dai libri e dai giornali: l’unica cosa condivisa erano i risultati delle aste. Ero un ragazzo e ho iniziato a leggere e rileggere, giorno e notto, i due soli libri che esistevano allora.»
Le prima passioni?
«Mi innamorai di un Rolex ref. 6036 in acciaio (n.d.r. noto anche come “Dato-Compax” o “Jean-Claude Killy”) e in seconda battuta di un Universal Geneve in oro Tri-Compax. Pensai: se un giorno riuscirò a raggiungere questi due modelli, la mia carriera avrà raggiunto l’apice.»
Lo hai raggiunto il 6036?
«Ancora non sono riuscito a trovate quello che cercavo.»
Hai iniziato come collezionista oppure già intravvedevi la possibilità che si trasformasse in un lavoro?
«Nella mia storia personale c’era l’aspirazione a non dovermi adeguare a quello che il mio contesto sociale mi avrebbe proposto, ma di trovare una strada personale diversa e avevo l’impressione che nel mondo dell’orologeria ci fosse spazio per creare una nuova professione, che mi avrebbe dato delle soddisfazioni, non solamente economiche. Così è stato.»
Ti sei mai reso conto che quel lavoro svolto all’inizio degli anni ’90 ha gettato le basi per il collezionismo orologiero come lo conosciamo oggi?
«Aver preso parte a questo momento assieme ad un manipolo di ragazzi che proprio negli anni ’90 hanno preso mano ad un mercato che, sebbene fosse iniziato alla fine degli anni ’80 grazie ad un pugno di venditori che a loro volta lo avevano velocemente abbandonato al primo segnale di fragilità, è stato a dir poco eccitante. Abbiamo iniziato dove gli altri pensavano non ci fosse più futuro.»
Risultato?
«Oggi ci troviamo ad affrontare un mercato che è “molto” più grande di quanto avremmo immaginato. C’è una responsabilità i tutto questo: sta ancora a noi, per il tempo che ci rimane, far sì che questa cosa continui, per noi e per chi segue.»
Il ruolo del dealer, del mercante, è cambiato in questi anni, oppure è rimasto sempre lo stesso?
«Il ruolo è di per sé lo stesso, quello che è cambiato è il livello di professionalità che è cresciuto esponenzialmente.»
Un tempo si diceva che era meglio fare il dealer che andare a lavorare.
«Oggi le cose sono cambiate: è necessaria una preparazione continua. Paradossalmente, mi sono reso conto che, se avessi scelto la carriera di magistrato, avrei studiato meno di quanto ho fatto occupandomi di orologi. Il dealer moderno deve possedere un livello di preparazione incredibilmente più alto rispetto a quello richiesto qualche decennio fa.»
Sembra una cosa buona.
«Sì, però viene meno anche un po’ dell’ingenuità che all’epoca ci potevamo permettere e che rendeva tutto un po’ più divertente, ma sicuramente meno professionale di quanto non lo sia oggi.»
Bella l’immagine che l’orologeria fosse divertente.
«Sì, era più un gioco.»
La rete e i social hanno reso tutto un po’ più complicato?
«La rivoluzione nel mondo delle comunicazioni ha davvero cambiato tutto. Oggi lo scambio di informazioni è immediato, e la velocità con cui apprendiamo e condividiamo dati è tale che bisogna essere estremamente rapidi e preparati per fare bene il proprio lavoro e rimanere competitivi.»
È tutto cambiato.
«Oggi non solo io posso acquistare un orologio con un semplice clic, ma anche il mio cliente può farlo. Di conseguenza, per mantenere il mio spazio tra la fonte e l’acquirente, devo necessariamente offrire un livello di conoscenza e professionalità che un tempo non era richiesto né a me né al cliente.»
Situazioni impensabili oggi.
«Un’altra cosa interessante è che un tempo, viaggiando dall’altra parte del mondo, non solo potevi acquistare oggetti rari, ma spesso scoprivi per la prima volta la loro stessa esistenza. Non potevi cercare online ogni smalto cloisonné noto fino a quel momento; alcuni pezzi non li conoscevi affatto se non li vedevi di persona. Occorreva un viaggio per scoprirli, e spesso dovevi acquistarli per avere la certezza che fossero davvero unici. Oggi, invece, tutto può essere verificato online.»