AGGIORNAMENTO: dazi, dollari e second hand… l’orologeria svizzera riparte

L’intesa tra Berna e Washington ridisegna costi, margini e strategie distributive, mentre il canale pre-owned consolida il suo ruolo di cuscinetto tra listini ufficiali e appetito dei collezionisti.

C’è stato un momento, quest’estate, in cui il commercio tra Stati Uniti e Svizzera è sembrato diventare improvvisamente un esperimento da laboratorio: da un lato la decisione di portare i dazi sui prodotti elvetici al 39%, dall’altro un’industria, quella degli orologi, che da anni considera il mercato americano uno dei cardini del proprio fatturato. Ora lo scenario è cambiato di nuovo: dopo settimane di negoziati, le tariffe sulle esportazioni svizzere vengono riportate al 15%, lo stesso livello applicato all’Unione europea. Non è un ritorno al passato, ma una nuova base su cui l’intero comparto deve ricalibrare piani industriali e strategie commerciali.

L’accordo non è arrivato gratis. Per ottenere il rientro al 15%, la Confederazione ha messo sul tavolo un pacchetto di impegni che parla soprattutto la lingua degli investimenti: circa 200 miliardi di dollari promessi negli Stati Uniti, di cui almeno 67 miliardi già nel 2026, in settori che vanno dal farmaceutico all’aerospaziale, fino alla lavorazione dei metalli preziosi. A questo si aggiunge una maggiore apertura alle forniture agricole americane, comprendendo anche una quota di carne importata senza dazi. Un’intesa che, letta dal punto di vista di un gruppo orologiero, ha un significato molto concreto: proteggere l’accesso a un mercato chiave, accettando in cambio un quadro più impegnativo su altri fronti dell’economia reale.

Per l’industria delle lancette, il passaggio dal 39% al 15% equivale a passare da un freno d’emergenza a un rallentatore. La differenza è visibile già nella cronaca dei mesi scorsi. Quando il 39% era ancora la prospettiva dominante, i numeri delle esportazioni raccontavano un’operazione di difesa: a luglio i flussi di orologi e movimenti verso gli Stati Uniti sono saliti del 45%, fino a 555 milioni di franchi, frutto di una corsa a riempire i magazzini prima che la nuova barriera tariffaria diventasse pienamente operativa. Un’arma a colpo singolo, utile per guadagnare tempo, ma non replicabile. Oggi quel tempo viene in parte capitalizzato: il 15% resta un costo aggiuntivo, però non rende immediatamente fuori scala i listini USA rispetto a quelli europei o asiatici.

Dal mondo sindacale svizzero arriva una lettura più ampia: al di là delle tariffe, il vero fattore di pressione rimane la forza del franco. Anche con dazi allineati all’Europa, un cambio troppo forte erode i margini dell’export e può trasformare una tregua commerciale in un sollievo solo apparente. Da qui la richiesta alla Banca nazionale di mantenere un quadro di tassi che non spinga ulteriormente in alto la valuta elvetica, per non scaricare sulle aziende esportatrici – orologeria inclusa – l’onere di compensare ogni oscillazione con ritocchi di prezzo e tagli ai costi.

Alla fine, il rientro dei dazi al 15% racconta una storia duplice. Sul piano politico, segna la capacità della Svizzera di difendere un comparto ad alto valore aggiunto, accettando di pagare il prezzo di impegni industriali e aperture agroalimentari. Sul piano di mercato, conferma che la domanda per l’alta orologeria non si è spenta, ma si sta muovendo lungo traiettorie nuove: più attenta al rapporto tra prezzo e contenuto, meno disposta ad accettare qualunque cifra, più incline a utilizzare il secondo polso come strumento normale di gestione del proprio portafoglio di orologi. La vera sfida, per le maison, è trasformare questa fase in un’occasione per ripensare l’equilibrio tra nuovo e usato, tra Stati Uniti e resto del mondo, tra emozione per il prodotto e disciplina nella formazione dei prezzi.

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