Adam Victor: «Il vintage non è moda, è identità»

Ci sono interviste che sembrano semplici conversazioni tra appassionati. E poi ci sono incontri come quello con Adam Victor, collezionista e mercante statunitense tra i più rispettati nel mondo dell’orologeria vintage, capace di raccontare il mercato con la stessa naturalezza con cui si racconta una vita. 

Ci sono interviste che sembrano semplici conversazioni tra appassionati. E poi ci sono incontri come quello con Adam Victor, collezionista e mercante statunitense tra i più rispettati nel mondo dell’orologeria vintage, capace di raccontare il mercato con la stessa naturalezza con cui si racconta una vita. Lo incontriamo a Monaco, durante uno dei weekend più attesi dagli intenditori: quello dell’asta “Exclusive Timepieces” della Monaco Legend Group. Nel suo sguardo c’è l’esperienza di chi ha visto evolvere questo universo pezzo dopo pezzo, ma anche l’entusiasmo intatto di chi si è innamorato di un Mathey-Tissot a diciassette anni e non ha più smesso di guardare l’ora con occhi diversi. Con lui parliamo di amicizia e appartenenza, di aste e di passioni, di giovani collezionisti, CPO e orologeria indipendente. Perché, come dice lui stesso, «un orologio vintage è più di un accessorio: è un modo per dire chi sei, con la voce del tempo».

Paolo Gobbi: Cominciamo dall’inizio: come ha avuto inizio la tua passione per gli orologi?

Adam Victor: La mia storia con gli orologi inizia molto tempo fa — e forse rivela anche un po’ la mia età. Ero ancora al liceo quando tutto è cominciato. Ricordo benissimo il mio primo orologio: un regalo di un caro amico, un Mathey-Tissot in acciaio e oro, con il bracciale. Avevo 17 anni. All’epoca non sapevo che quel regalo avrebbe avuto un significato così importante per me. Quell’orologio ha segnato il momento esatto nel quale ho iniziato a prestare attenzione a questo mondo. I miei amici notavano il fatto che indossassi un orologio e per me era una novità totale: nessuno del mio gruppo portava orologi al polso. Quel dettaglio ha fatto scattare qualcosa. Era elegante, raffinato… qualcosa che non avevo mai sperimentato prima.

Oggi siamo a Montecarlo, nel pieno di questo weekend dedicato all’asta di Monaco Legend. Cosa rende questo appuntamento così speciale?

Sono tante le cose che rendono questa esperienza unica. Prima di tutto l’atmosfera, il luogo, la bellezza della Costa Azzurra… Ma soprattutto, il modo in cui Monaco Legend Group tratta i clienti, i collezionisti e gli amici. Non si ha mai la sensazione che si tratti solo di una transazione puramente economica. Sei parte di una comunità: si mangia insieme, si sta in piscina insieme, si cena insieme. È un’immersione totale di tre giorni nel mondo degli orologi — e nell’amicizia. Ci incontriamo due volte l’anno, ad aprile e ottobre. E ora si aggiunge anche l’asta di giugno a Lugano. Se manterrà lo spirito di Monaco, sarà un altro evento da non perdere.

Cosa ami di più degli orologi vintage?

Gli orologi vintage offrono un’opportunità unica per esprimere la propria personalità. I modelli contemporanei ti permettono di comunicare chi sei — o chi vorresti essere — ma con il vintage puoi andare ancora più in là. Ogni pezzo ha una storia, una patina, una particolarità che lo rende unico. Puoi scegliere cinturini, bracciali, dettagli… infinite combinazioni. È un linguaggio personale.

Cosa pensi degli orologiai indipendenti? Che rapporto hai con loro, da collezionista vintage?

È un campo che ho scoperto solo di recente. Per molto tempo li ho ignorati, onestamente. Il mio primo passo è stato con Richard Mille, che in un certo senso si può considerare indipendente, almeno nello spirito pionieristico. Oggi apprezzo molto la libertà creativa che hanno: non devono seguire il mercato, possono esprimere se stessi in pieno. Certo, è difficile accedervi: servono relazioni, tempo, fortuna. Ma ogni pezzo è un’estensione dell’identità del suo creatore — e questo è affascinante.

Secondo te, come evolverà il mercato vintage nel prossimo anno?

Stiamo assistendo a un fenomeno interessante: sempre più giovani collezionisti — uomini e donne — si avvicinano a pezzi che fino a qualche anno fa erano trascurati. Orologi piccoli, bracciali integrati, modelli con pietre o dettagli eccentrici. Questo entusiasmo porta vitalità e diversità. E anche se ci sono pressioni economiche, soprattutto negli Stati Uniti, non vedo un rallentamento: i collezionisti americani continuano a comprare con passione. In Europa c’è un approccio ancora più emotivo, e credo che nessun ciclo economico potrà davvero smorzare questa passione.

Qual è la tua opinione sui programmi CPO (Certified Pre-Owned) di Rolex e non solo?

Credo che siano un’opportunità interessante, soprattutto per chi cerca sicurezza. Sapere che Rolex ha ispezionato e certificato un pezzo dà tranquillità, specialmente ai nuovi collezionisti. Certo, i costi sono alti, e questo limita il tipo di orologio che può passare attraverso questo programma. Ma può diventare una sorta di “estratto” per Rolex, come già accade con Patek Philippe: un documento che accompagnerà ogni pezzo importante nel tempo. È anche un modo per avvicinare i collezionisti vintage al marchio in modo più diretto, con la consapevolezza che la maison ha riconosciuto e validato quel segnatempo.

Quale sarà l’impatto delle nuove tariffe doganali USA sul mercato vintage?

È un tema concreto. Le tariffe aggiungono un 10% al costo, e se consideri anche il tasso di cambio, diventa una voce di spesa importante. Un orologio da 20.000 dollari può arrivare a costarne più di 22.000. Come collezionista, posso sopportarlo. Ma per un mercante è un altro discorso: incide sui margini e sul comportamento dei clienti. Se le tariffe restano, ci saranno cambiamenti anche nei prezzi al dettaglio. Ma, si sa, con Trump può cambiare tutto da un momento all’altro… anche oggi pomeriggio!

Prossimo appuntamento a Lugano?

Esatto. 5 giugno, credo sia un giovedì. Si terrà in un hotel spettacolare, con vista mozzafiato. Sono certo che sarà coinvolgente ed entusiasmante, proprio come Monaco. Ci vediamo lì!

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